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martedì 2 dicembre 2014

Niente caminetti accesi a Parigi: lo prevede la legge anti-inquinamento

Dal 2015 i parigini non potranno più accendere il caminetto di casa. Lo prevede la nuova legge anti-inquinamento che entra in vigore il 1/o gennaio, e che vieterà dunque ormai momenti di relax e di romanticismo davanti al fuoco. Secondo la Direzione regionale dell'ambiente e dell'energia (Driee), infatti, il fumo dei caminetti inquina almeno quanto il gas di scarico dei motori diesel.
"E' una questione sanitaria centrale. Il riscaldamento a legna contribuisce fino al 23% delle emissioni totali di polveri fini nella regione di Parigi. Cioè tanto quanto gli scarichi dei veicoli a motore", ha assicurato la Driee. Viene precisato che un caminetto acceso per mezza giornata emette cioè la stessa quantità di polveri fini di un'automobile che percorre 3500 km. I medici sono d'accordo nel dire che respirare il fumo del caminetto non fa bene alla salute e che si possono favorire asma e bronchiti croniche. Il divieto riguarderà circa 125mila famiglia che abitano a Parigi e in 435 comuni della regione Ile-de-France in una zona definita "sensibile per la qualità dell'aria". Anche altre regioni in Francia potrebbero allinearsi alla decisione di Parigi, che segue a sua volta l'esempio di altre capitali europee, come Londra.
I soli caminetti consentiti dal 2015 saranno dunque quelli non aperti, ma confinati in appositi recinti chiusi a norma di sicurezza e a prova di inquinamento, sia nei saloni di casa sia dai caminetti sui tetti. Di recente sono stati resi noti i risultati allarmanti di uno studio del Cnr transalpino che ha analizzato la qualità dell'aria di Parigi negli ultimi 18 mesi. E' emerso che nei giorni di forte inquinamento le strade della capitale sono paragonabili ad una stanza di 20 metri quadrati in cui sono chiusi otto fumatori con la sigaretta accesa. Insomma che respirare l'aria della capitale fa male tanto quanto il fumo passivo. Per lo stesso studio, ogni volta che un parigino respira inala 100mila polveri sottili o ultra sottili (le più pericolose). La legge anti-inquinamento prevedere anche la creazione di zone a bassa emissione e la fine del diesel in città entro il 2020. (fonte Ansa)

giovedì 20 novembre 2014

Da CDP 3,6 milioni di euro per il fotovoltaico all'Univeristà di Urbino

Dal 2011 l’Università di Urbino ha installato sui propri terreni un campo fotovoltaico con una potenza di 907 kilowatt. La realizzazione dell’opera è stata possibile grazie ad un finanziamento di Cassa depositi e prestiti di 3,6 milioni di euro.
L’impianto è composto da 3.492 moduli fotovoltaici, ciascuno con una potenza di 260W, e produce mediamente 1.200.000 kWh per anno. Un quantitativo in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di 300 abitazioni. Un'ottima notizia per l’ambiente, visto che per produrre la stessa energia sarebbe stato necessario bruciare circa 260 tonnellate equivalenti di petrolio, immettendo in atmosfera circa 600 tonnellate di Co2.
Sessanta moduli solari sono a disposizione degli studenti della Facoltà di Scienza e tecnologia dell’università per fare didattica e ricerca. L’energia prodotta è utilizzata per il fabbisogno energetico dell’Ateneo, il resto è immesso in rete. Secondo le previsioni l’impianto dovrebbe ripagarsi completamente entro il 2018.

lunedì 6 ottobre 2014

Wwf: in 40 anni sparita metà della fauna selvatica

Secondo un articolo di Laura Giannoni su Ansa.it, per sostenere i consumi di risorse naturali, e per compensare la CO2 emessa in atmosfera, servirebbero almeno una Terra e mezza. Due Terre e mezza se tutti adottassero lo stile di vita italiano o europeo. Il Pianeta però è uno solo e si sta progressivamente impoverendo, soprattutto in termini di biodiversità, con le popolazioni di vertebrati che si sono dimezzate negli ultimi 40 anni. L'allarme sovrasfruttamento, insostenibile nel lungo periodo anche per l'atteso aumento della popolazione globale, arriva dal Wwf, che avverte i decisori politici: non c'è più tempo da perdere.
Il "Linving Planet Report 2014", il nuovo rapporto biennale del Panda presentato a Milano, mostra lo stato di salute di 10mila specie di vertebrati e indica che, dal 1970 al 2010, le popolazioni di pesci, uccelli, mammiferi, anfibi e rettili sono diminuite del 52%. La minaccia maggiore alla biodiversità deriva dalla combinazione tra l'impatto della perdita degli habitat e il loro degrado. Pesca e caccia costituiscono altre minacce significative, così il cambiamento climatico. Accanto alla perdita di biodiversità cresce l'impronta ecologica, cioè il consumo di natura. La domanda di risorse naturali è del 50% più grande di ciò che i sistemi naturali sono in grado di rigenerare. In sostanza, spiega il Wwf, ''stiamo tagliando legname più rapidamente di quanto gli alberi riescano a ricrescere, pompiamo acqua dolce più velocemente di quanto le acque sotterranee riforniscano le fonti e rilasciamo CO2 più velocemente di quanto la natura sia in grado di sequestrare''.
La situazione è ancora più grave in Europa, dove pesa particolarmente l'uso di combustibili fossili. L'indicatore dell'impronta ecologica mostra infatti che tutti i Paesi dell'Ue vivono oltre i livelli di 'un pianeta' e fanno pesantemente affidamento sulle risorse naturali di altri Paesi. Se tutti gli abitanti della Terra mantenessero il tenore di vita di un cittadino europeo medio, l'umanità avrebbe bisogno di 2,6 pianeti per sostenersi. E 2,6 pianeti è anche l'impronta ecologica dell'Italia, in una classifica che dà la maglia nera a Belgio e Danimarca (4,3) e vede 'trionfare' la Romania (1,4). ''La nostra è una chiamata urgente all'azione, non possiamo più aspettare'', spiega Donatella Bianchi. ''Quasi tre quarti della popolazione mondiale vive in paesi in serie difficoltà, con un deficit ecologico unito a un basso reddito. La crescita di domanda di risorse naturali chiede che ci concentriamo su come migliorare il benessere umano attraverso meccanismi diversi da quelli mirati alla continua crescita''. Le soluzioni, tuttavia, sono a portata di mano. Il Consiglio europeo che si terrà a Bruxelles il 23 e 24 ottobre vedrà i capi di Stato e di governo decidere sul pacchetto 'clima ed energia' dell'Ue fino al 2030. A livello globale, invece, la Conferenza delle Parti della Convenzione sui Cambiamenti Climatici Onu in programma a Lima a dicembre, seguita da quella di Parigi nel 2015, saranno le sedi per chiudere un accordo internazionale sul clima ''volto a spianare la strada - auspica il Wwf - a un'economia a basse emissioni di carbonio''.

sabato 31 agosto 2013

Siamo già arrivati all'Earth Overshoot Day

Anche quest'anno - ricorda il Global Footprint Network - siamo arrivati all'"Earth Overshoot Day", il giorno in cui si finisce di utilizzare quello che il pianeta produce e si comincia ad andare "a credito"consumando le risorse del futuro.
Nonostante i primi segni tangibili si inizino a vedere sotto forma di cambiamenti climatici, non c'è nessun segno di inversione di tendenza, e anzi la data continua ad arrivare sempre prima.
Lo scorso anno, ricorda l'associazione, il "budget" del pianeta era stato esaurito il 22 agosto, mentre nel 1993 era il 21 ottobre. Dal 1970, sottolinea il comunicato, l'impronta ecologica degli abitanti della Terra è più che triplicata, e a questi ritmi serviranno le risorse di due pianeti entro metà secolo, mentre per trovare un anno in cui invece si è consumato solo quello che la Terra ha prodotto bisogna tornare appunto ai primi anni '70. ''Dopo questa data - spiegano gli esperti - manterremo il nostro debito ecologico prelevando stock di risorse ed accumulando anidride carbonica in atmosfera''.
Per quanto riguarda l'Italia i calcoli degli esperti hanno trovato che l'impronta sta diminuendo dopo il picco dei primi anni 2000, ma è comunque quasi quattro volte superiore alla biocapacità del nostro paese. Da questo punto di vista i peggiori al mondo sono i giapponesi, che consumano 7,1 Giapponi l'anno, seguito da Qatar e Svizzera, mentre alcuni paesi come Canada, Brasile o Australia riescono a produrre più di quanto consumano. In particolare l'Australia è probabilmente la più virtuosa, visto che consuma appena metà delle risorse che produce, anche se sta erodendo le sue 'riserve ecologiche'.
''In termini planetari - sottolineano gli esperti del Network - il costo dell'eccesso di spesa ecologica sta diventando più evidente di giorno in giorno. Il cambiamento climatico ne è il risultato più evidente e probabilmente il più preoccupante. Ma ne esistono altri: la riduzione delle foreste, la perdita delle specie viventi, il collasso della pesca, i prezzi sempre più alti delle materie prime, i disordini civili. Solo per citarne alcuni''.

venerdì 13 luglio 2012

L’energia dei rifiuti

Seab Energy, un’azienda inglese ha dato vita a un macchinario davvero innovativo e rivoluzionario. Si tratta di un apparecchio modulare capace di convertire materiale organico in energia utile. Se si pensa che negli Stati Uniti i rifiuti organici giornalieri di una caffetteria all’interno di una scuola risalgono a mezza tonnellata e questa quantità, trasformata in energia, è sufficiente per far funzionare fino a 160 computer si può di certo dire che la materia prima per produrre energia pulita non mancherebbe. In questo Muckbuster i batteri consumano le sostanze e trasformano tutto in una miscela di gas. In seguito vengono filtrati i vapori nocivi e si ottiene così un flusso di metano, che attraverso una mini-turbina fornisce l’elettricità, il calore e l’acqua calda per uso domestico. Infine quello che rimane dei rifiuti solidi può essere utilizzato come concime organico oppure rivenduto. Tutto questo ridurrebbe al minimo il problema dello smaltimento degli scarti e soprattutto del rilascio di metano nell’atmosfera. Quello che rende realizzabile questo progetto è la dimensione della macchina: un container di 13 metri. Per questa sua caratteristica esso è facilmente spedito e installato dove vi è necessità. In questo modo, mercati rionali, festival e grandi fiere potranno soddisfare il proprio fabbisogno di calore e luce con i rifiuti alimentari che da sole producono diventando un vero e proprio green market.

giovedì 24 maggio 2012

Salvare l’ambiente grazie alla cucina


Durante l’Earth Day 2012, Enpa e Wwf hanno invitato ad abbracciare la dieta vegana e vegetariana perché il consumo di carne è responsabile di sfruttamento e deforestazione. Il presupposto alla base dell’iniziativa è la constatazione di come il cambiamento climatico non sia più una problematica rimandabile, dati gli altissimi costi di inquinamento che allevamento e industria intensiva comportano, soprattutto in termini di emissioni di CO2. Senza ricorrere a scelte drastiche si può comunque fare molto in materia di salvaguardia dell’ambiente grazie ad una maggiore consapevolezza riguardo i loro acquisti alimentari, magari preferendo prodotti a chilometro zero o evitando quelle società che notoriamente si rendono responsabili di danni naturali di grande portata. Inoltre questo ha come conseguenza un grande risparmio che in tempo di crisi è sempre apprezzato.  Dieci sono le regole stilate dal WWF in fatto di spesa, cucina e cibo:

·        Acquistare prodotti locali: oltre a regalarsi il piacere di pietanze sempre fresche e di provenienza certificata, si aiuta l’economia della filiera corta italiana e si abbattono i costi di CO2.

·        Mangiare cibi di stagione: in questo modo si abbatte l’inquinamento da trasporto, si contengono le coltivazioni in zone esotiche del mondo responsabili del disboscamento di intere foreste e non ci si rende responsabili dello sfruttamento delle risorse e delle popolazioni dei paesi poveri del globo.

·        Diminuire il consumo di carne: l’allevamento è purtroppo uno dei maggiori responsabili di emissioni di gas serra e del disboscamento. Intere foreste vengono distrutte per fare spazio ad allevamenti intensivi di suini e bovini. La gestione di mangimi e letam, inoltre, si configura come un killer dell’atmosfera, con tassi elevatissimi di produzione di CO2.

·        Scegliere il giusto pesce: prediligere il pesce pescato anziché quello di coltura, seguire la stagionalità delle specie, informarsi sulle taglie previste per legge, consumare pesce locale .

·        Privilegiare prodotti biologici: l’agricoltura biologica, oltre a fornire frutta e verdura sana e saporita, riduce l’impatto ambientale aumentando la capacità di assorbimento del suolo.

·        Ridurre gli sprechi: gran parte dell’inquinamento alimentare deriva da prodotti che finiscono in discarica perché non consumati.

·        Evitare prodotti con troppi imballaggi: dei 540 kg di rifiuti prodotti da un singolo italiano all’anno, il 40% è costituito da packaging.

·        Evitare cibi troppo elaborati: i cibi pronti come i prodotti da freezer o gli snack pesano moltissimo sul tasso di CO2 rilasciato in atmosfera.

·        Bere l’acqua di rubinetto: il business dell’acqua in bottiglia, con tutti i problemi connessi con lo smaltimento dei contenitori in plastica, è davvero dannoso per l’ambiente.

·        Niente sprechi sui fornelli: cucinando si consuma gas ed energia elettrica. Basta qualche piccolo accorgimento, come unire più teglie o cucinare pietanze diverse in un’unica pentola, per abbattere i consumi.

martedì 15 giugno 2010

Cina: tasse sulle risorse naturali

Sarà la problematica regione autonoma dello Xinjiang, dove il confronto e lo scontro anche violento tra la popolazione autoctona dei musulmani uiguri e i coloni han cinesi non è mai cessato, a sperimentare il prelievo di tasse sulle risorse naturali che poi dovrebbe essere applicato a livello nazionale per contribuire a risparmiare risorse. Il governo comunista cinese ha preso ieri la decisione di istituire una nuova tassa sulle vendite di greggio e gas nello Xinjiang, presentando la cosa come un elemento di quel Piano di sostegno alla regione autonoma che era stato presentato a maggio in un workshop tenutosi a Pechino.

Un comunicato dell'Amministrazione di Stato per gli affari fiscali spiega che «Lo Xinjiang é ricco di risorse minerarie quali il petrolio greggio e il gas. Questa iniziativa pilota aiuterà a lanciare su scala nazionale una riforma delle tasse sulle risorse naturali. La riforma valorizzerà il concetto di risparmio delle risorse avanzato dal governo, la protezione dell'ambiente e lo sfruttamento ragionevole delle risorse naturali. Questo prelievo contribuisce anche alla realizzazione di una società che economizza le risorse e rispettosa dell'ambiente».

Il governo prelevava già prima tasse che potevano arrivare fino a 30 yuan (4,39 dollari) alla tonnellata sulle vendite di petrolio greggio e a 15 yuan per 1.000 m3 su quelle di gas naturale. In Cina il costo del greggio è agganciato a prezzi internazionali, mentre quello del gas è fissato dal governo centrale di Pechino, questo secondo l'Amministrazione di Stato per gli affari fiscali renderebbe più agevole istituire la nuova tassa che prevede un cambiamento in rapporto alle vecchie tasse basate sul prezzo alla produzione e fissa il tasso di prelievo al 5%.

La decisione "sperimentale" del governo arriva proprio mentre Lu Xuedu, il potente vice-presidente del Centro climatico nazionale della Cina ed ex membro del comitato esecutivo dell'Onu per l'approvazione dei progetti del Clean development mechanism (Cdm), stava dicendo ai giornalisti a Pechino che in Cina i volumi delle transazioni di carbonio sono destinato a rimanere bassi «Il mercato interno rimarrà probabilmente piccolo, perché basta farsi una semplice domanda: chi comprerà le emissioni in Cina?». Il problema è che, secondo il Protocollo di Kyoto, la Cina non ha nessun obbligo di ridurre le sue emissioni di CO2 e che quindi, secondo Lu, «I soli potenziali acquirenti sul mercato interno sono le grandi imprese o le celebrità ad alto reddito che cercano di migliorare la loro reputazione».

La Cina finora è stata un fornitore e non un acquirente di carbon credits, ma resta un Paese centrale all'interno del Cdm per l'enorme potenziale degli investimenti dei Paesi industrializzati in progetti di energie rinnovabili, risparmio energetico e recupero ambientale, un meccanismo noto come Certified emission reductions (Cer) che possono essere commercializzati o utilizzati dai Paesi industrializzati per rispettare i loro obiettivi nazionali vincolanti di emissioni di CO2.

Attualmente la Cina è il più grande fornitore di Cer a livello mondiale, ma i "developers" non sono stati ammessi a contrattare i crediti sul mercato interno. Per questo molte città, comprese metropoli gigantesche come Pechino e Shanghai puntano sui "new environmental exchanges", sperando che il mercato volontario delle emissioni riesca a colmare il divario tra le promesse del governo e la realtà dei fatti. Però, i volumi delle voluntary emission reductions (Ver) si sono rivelati trascurabili. In Cina ci sono stati solo circa 3.000 Ver, più o meno per un volume complessivo di 10.000 tonnellate. Una goccia rispetto ai 93 milioni di tonnellate di Ver che, secondo un rapporto pubblicato dal Bloomberg New Energy Finance, sarebbero state scambiate nel 2009, con un preoccupante calo del 27% rispetto al 2008.

«Su un totale di 2.214 progetti Cdm approvati dal Comitato esecutivo entro la metà di maggio, 851 hanno origine in Cina, il che la rende il Paese con il maggior "successo" Cdm - ha spiegato Lu - Ma c'è un arretrato di oltre 1.600 progetti cinesi ancora in attesa di approvazione». Questa posizione dominante della Cina nel meccanismo Cdm è molto criticata e desta ancora maggiori sospetti: in parecchi accusano le imprese cinesi e il governo comunista di produrre grandi quantità di progetti di bassa qualità che, con la scusa di tagliare le emissioni industriali alla fine hanno effetti molto dubbi sul reale taglio di sostanze come gli idrofluorocarburi e il protossido di azoto. Per questo il Comitato esecutivo Cdm è alle prese con un'enorme mole di controlli di qualità soprattutto riguardo agli impianti eolici che avrebbero già prezzi favorevoli rispetto all'energia prodotta e quindi non ammissibili ai finanziamenti Cdm, ora i controlli riguardano anche le centrali idroelettriche». Lu però sottolinea che «Il problema più grande per l'attuale mercato Cdm è la domanda, che rimane incerta quanto i potenziali investitori e sviluppatori di progetti chiedono chiarezza su ciò che accadrà dopo il 2012».

Lu Xuedu guarda con preoccupazione alla scadenza del Protocollo di Kyoto nel 2012 ma soprattutto è convinto che «Se gli Stati Uniti non avranno adottato la loro legislazione sul clima entro la fine di luglio, sarà improbabile che un nuovo accordo vincolante possa essere siglato a Cancun alla fine di quest'anno».
(www.greenreport.it)

venerdì 14 maggio 2010

Valutare la sostenibilità delle biomasse

Il 18 maggio a Milano il Comitato Termotecnico Italiano darà il via ad un gruppo di lavoro normativo. Obiettivo, definire una specifica tecnica nazionale che uniformi la valutazione della CO2 risparmiata nell’uso delle biomasse solide a fini energetici.

"Quanta anidride carbonica si risparmia all’ambiente impiegando nel settore energetico biomasse al posto dei combustibili fossili? Nei ‘calcoli di sostenibilità’ va tenuto conto dell’intero ciclo di vita del prodotto, dalla coltivazione al trasporto fino all’uso vero e proprio e nel caso vengano impiegati residui agricoli e forestali di origine europea i valori che si ottengono risultano estremamente interessanti. Secondo i dati forniti da Bruxelles, i risultati attesi possono addirittura sfiorare il 100% come, ad esempio, con l’utilizzo del cippato di legno o la paglia di grano.
In realtà quantificare tale risparmio non è sempre facile, soprattutto per le aziende su piccola scala. Poiché le diposizioni comunitarie (direttiva 2009/28/CE) prevedono che le Amministrazioni pubbliche e gli operatori eseguano queste valutazioni, il Comitato Termotecnico Italiano (CTI) il prossimo 18 maggio darà ufficialmente il via a un nuovo gruppo di lavoro normativo sui “Criteri di sostenibilità della biomassa solida per applicazioni energetiche”.
L’iniziativa risponde all’esigenza di fornire degli strumenti pratici ai soggetti pubblici e privati che intendono valutare la sostenibilità ambientale dell’utilizzo di combustibili diversi dai biocarburanti. Il lavoro vuole arrivare alla creazione di standard a livello nazionale per le biomasse solide definiti tramite Specifiche Tecniche UNI, rispondendo, dunque, a questo problema, con la definizione e semplificazione di norme per il calcolo della sostenibilità nei termini di CO2 evitata."
(da Rinnovabili.it)

lunedì 22 marzo 2010

L’energia e il suo utilizzo compatibile per l’ambiente

All’interno della “Settimana Europea dell’Energia Sostenibile”, Fondazione Idis-Città della Scienza e Ceicc-Napoli presentano a Città della Scienza, dal 22 al 26 marzo, un’iniziativa di Europe Direct: esperimenti interattivi e dimostrazioni scientifiche spiegheranno come in natura si produce energia.
Il consumo energetico è in costante aumento in Europa, accrescendo in tal modo la dipendenza dall’importazione di combustibili fossili e pregiudicando la sicurezza dell’approvvigionamento. L’uso intensivo dei combustibili fossili, inoltre, ha un impatto negativo sull’ambiente e non ci sono dubbi ormai sull’urgenza di ridurre le emissioni di anidride carbonica e rallentare il processo di riscaldamento globale.
Dal 22 al 26 Marzo, anche a Napoli, sarà promossa la “Settimana europea dell’energia sostenibile” (EUSEW 2010), un’iniziativa della Commissione Europea lanciata nel 2005 al fine di contribuire al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’Unione nel settore delle fonti energetiche rinnovabili, dell’efficienza energetica, dei trasporti puliti e dei combustibili alternativi. La campagna, inoltre, costituisce un valido supporto alle azioni che i paesi dell’UE stanno attuando per rispettare i parametri fissati
dal Protocollo di Kyoto.
Una serie di esperimenti e dimostrazioni scientifiche illustreranno attraverso quali fonti naturali può avvenire la produzione energetica. Uno spazio importante sarà dedicato all’energia prodotta dai combustibili fossili – gas, petrolio, carbone – e dalle trasformazioni fisico-chimiche che si verificano durante i cicli di produzione. Infine, saranno affrontate le tematiche legate alle fonti energetiche non tradizionali – con particolare attenzione per l’energia solare e il fotovoltaico – e sarà proposta un’interessante dimostrazione scientifica: la produzione di biodiesel a partire da oli vegetali.
(da Rinnovabili.it)

sabato 20 febbraio 2010

Siglato accordo per il teleriscaldamento tra CityLife e A2A

Una buona notizia ecologica: gli appartamenti di CityLife, le nuove residenze di lusso che sorgeranno a Milano nell'ex quartiere fiera, saranno teleriscaldate.

Il 17 febbraio 2010 CityLife e A2A hanno annunciato la sigla dell’accordo relativo all’alimentazione energetica tramite teleriscaldamento del nuovo quartiere in via di realizzazione nell’area dell’ex fiera di Milano.

I contenuti dell’accordo sono stati presentati da Giuliano Zuccoli, Presidente del Consiglio di Gestione di A2A, e da Claudio Artusi, Amministratore Delegato di CityLife, alla presenza dell’Assessore allo Sviluppo del territorio del Comune di Milano, Carlo Masseroli.

Si tratta del primo esempio nella città di Milano in cui l’intero sistema di raffreddamento e riscaldamento sarà realizzato senza alcun tipo di combustione.

In particolare è stato illustrato come CityLife costituisca un quartiere a emissioni zero: la totale assenza di caldaie a gas o di altre fonti di combustione garantisce nessuna emissione di CO2 o altri inquinanti in atmosfera. Il progetto fonda la propria politica energetica sull’impiego dell’acqua come risorsa primaria: da un lato il teleriscaldamento fornito da A2A per il riscaldamento e il raffrescamento nelle torri (destinate prevalentemente a uffici) e per l’acqua calda sanitaria nelle residenze, dall’altro l’utilizzo di pompe di calore alimentate dall’acqua di falda per le stesse esigenze nelle abitazioni.

Inoltre, l’acqua di risulta del sistema di riscaldamento e condizionamento delle residenze sarà riciclata per l’irrigazione del parco, delle aree verdi condominiali e per gli scarichi dei servizi igienici, in un’ottica di ottimizzazione delle risorse disponibili.
(da http://www.city-life.it/it/sala-stampa/eventi/sigla-dell-accordo-per-il-teleriscaldamento-tra-citylife-e-a2a/)

mercoledì 20 maggio 2009

Incentivi per l'energia da biomasse. Confagricoltura ringrazia

Confagricoltura ha apprezzato l’approvazione in Senato della nuova tariffa facente parte dell’emendamento incluso nella legge 1195. Si tratta di incentivi sulla produzione di energia elettrica da biomasse pari a 0,28 €/Kwh. Questa tariffa, cumulabile con gli altri incentivi pubblici, sarà una buona opportunità per gli imprenditori agricoli e per le loro attività, anche perché consentirà indubbi vantaggi per gli investimenti degli imprenditori agricoli, un consistente risparmio nella bolletta energetica nazionale a causa delle minori quantità di petrolio da importare, una minore produzione di CO2 da combustibili fossili e un migliore utilizzo dei rifiuti urbani.
Soddisfatta Confagricoltura, secondo cui le nuove energie “costituiscono una chance in più per far emergere il ruolo protagonista degli agricoltori nella green economy e nello sviluppo del Paese”.
(da Rinnovabili.it)

venerdì 10 aprile 2009

Metti l'alga nel serbatoio

Un pieno di alghe. Potrebbe essere questa, tra poco, la richiesta da rivolgere al benzinaio, che magari non si chiamerà neanche più così, e che invece di fare il pieno di gasolio riempirà il serbatoio con un carburante che deriva dalle alghe. Organismo di struttura semplice, unicellulare o pluricellulare, che produce ossigeno ed era già presente in natura oltre un miliardo e mezzo di anni fa, se capita tra i piedi d'estate, l'alga fa solo ribrezzo. E invece è in grado di fornire una biomassa che non ha bisogno di terre arabili per essere prodotta, come accade invece per il mais o la soia, accusate (anche dall'Ocse) di essere causa di deforestazione e fame quando utilizzate come biocarburanti. L'alga può essere coltivata al chiuso, in serre riscaldate, oppure all'aperto, in uno stagno o in acqua marina anche inquinata, perché si nutre dei contenuti delle acque reflue e di anidride carbonica. Si moltiplica velocemente, garantendo anche 50 raccolti all'anno e può produrre, per ettaro, 15 volte più biodiesel di altre coltivazioni (come l'olio di palma). Gli ostacoli alla sua produzione sono legati alla disponibilità commerciale e ai prezzi di mercato: la sfida più grande per la ricerca è fare in modo che il processo di decomposizione della biomassa avvenga in un tempo tale da permettere alla produzione di biocarburante da alga di essere economicamente competitiva oltre che sostenibile, il tutto a un costo inferiore ai 60 dollari al barile. Ad oggi, teoricamente, si stima una resa possibile tra i 1.000 e i 20 mila litri di biocarburante per ettaro, a seconda della specie di alga coltivata. Facendo due rapidi calcoli, visto che il potenziale di produzione dei soli Stati Uniti si aggira intorno ai 16 milioni ettari, gli Usa potrebbero produrre abbastanza alghe da sostituire completamente il petrolio come carburante e lasciare all'agricoltura 180 milioni di ettari di terreni agricoli per uso alimentare. Secondo l'European biodiesel board (Ebb), che pochi giorni fa ha tenuto a battesimo l'European algae biomass association, la nuova piattaforma europea per lo sviluppo dei biocarburanti e delle bioenergie, l'Italia è uno dei paesi in cui la sperimentazione sulle alghe ha raggiunto i livelli più avanzati. Il 24 marzo scorso, il porto di Venezia, ad esempio, ha annunciato il lancio della prima centrale ad alghe italiana, che sarà operativa nei prossimi due o tre anni. «L'idea di fondo è di produrre non solo biocarburanti, ma bioenergia. Questo significa coltivare le alghe all'interno di appositi bioreattori, poi bruciarle come biomassa e recuperare la CO2 emessa per nutrire le nuove alghe nei bioreattori». Che quello delle alghe sia un business ghiotto lo dimostrano diversi esperimenti condotti da grandi compagnie petrolifere, tra cui anche l'Eni. Solo qualche giorno fa l'amministratore delegato del Cane a sei zampe, Paolo Scaroni, ha spiegato che lo sfruttamento delle alghe è la strada giusta per i biocarburanti, perché garantisce energia pulita e riduzione di emissioni e dà risultati migliori della colza su cui stanno puntando forte Brasile, Stati Uniti e l'Estremo oriente. Ma l'ultima novità nel settore viene da Shell, che ha annunciato l'avvio dei lavori per costruire alle Hawaii la prima raffineria di alghe da combustibile. Ancora, l'americana Solazyme, specializzata in biologia sintetica, ha annunciato una partnership con Chevron per produrre e distribuire, entro i prossimi tre anni, biocarburante proveniente dalle alghe in grado di sostituire il diesel tradizionale. Non solo, ha anche ricevuto un finanziamento da 45 milioni di dollari per sviluppare il progetto e ha presentato la nuova Mercedes C320, alimentata proprio ad alghe.Sempre negli Stati Uniti, Boeing e Honeywell hanno creato Users Group, un consorzio che ha l'obiettivo di testare la produzione di biodiesel da alghe per i motori degli aerei. E un'altra americana, GreenFuel, ha annunciato di star avviando, in Spagna, un progetto di coltivazione in serra di 100 ettari di alghe. L'investimento previsto è di 92 milioni di dollari e la produzione stimata di 25 mila tonnellate di alghe da destinare al biodiesel. (da Milano Finanza)

venerdì 27 marzo 2009

Gli scienziati al G-8: inversione di rotta nell'uso dell'energia

Tra il 2030 e il 2050 dovremo realizzare una vera inversione di rotta nell'uso dell'energia. Le rinnovabili dovranno avere la supremazia o quasi. Il nucleare dovrà rinascere senza scorie, con i detriti impiegati come nuovo carburante. Petrolio, carbone e gas dovranno sorreggere progressivamente questa riconversione accompagnando una corsa parallela all'efficienza energetica. Lo scenario, per quanto azzardato possa sembrare, viene dai migliori scienziati del pianeta riuniti a Roma per il "G8 della scienza" organizzato dall'Accademia dei Lincei e sponsorizzato da Edison (si veda Il Sole 24 Ore del 25 marzo) che dovrà suggerire ai politici del prossimo G8 le strategia da adottare su due versanti solo apparentemente distinti: l'energia, appunto, e i flussi migratori.Verso fine secolo con l'energia " pulita"? Sfida obbligata, ammoniscono gli scienziati. Perché se la macchina della ricerca non accelererà, la negligenza nel combattere il riscaldamento globale da CO2 avvierà il pianeta ad una fine irreversibile.Un grande monito dalla due giorni i corso a Roma. Ma anche un invito a vedere, in tutto ciò, i lati positivi. «L'impulso alla ricerca sulle nuove tecnologie energetiche può essere un fattore chiave per un nuovo sviluppo economico, sia per i paesi industrializzati sia per quelli emergenti» si leggerà nel documento finale già abbozzato dagli scienziati. Che lanciano i loro suggerimenti senza troppa paura di disturbare i politici e i loro opportunismi.Ecco ad esempio Guy Laval, dell'Accademia francese delle scienze. Le scorie nucleari sono oggi un problema risolvibile? No, dice senza mezzi termini lo scienziato del paese che più usa l'atomo elettrico. Le scorie, insieme ai pesantissimi investimenti necessari, rappresentano oggi i veri nodi del nucleare, insiste in una relazione anche il collega d'Accademia Jean Salencon. Ma ecco la soluzione: «il nucleare di quarta generazione potrà usarle queste scorie come nuovo combustibile. Teniamole lì, per ora rassegnamoci, e intanto acceleriamo al ricerca sulla nuova tecnologia che risolverà il problema» dice Laval. Il segnale, un po' imbarazzante,è duplice. Da una parte la meta della quarta generazione, magari tra qualche decennio, è raggiungibile. Dall'altra qualcuno potrebbe essere tentato di incrementare i depositi delle attuali scorie proprio in previsione di rivendersele un domani come carburante.Non meno laico è Lu Yongxiang, dell'Accademia delle scienze cinese. Proprio lui, che rappresenta il paese più ingordo di nuovo petrolio e di nuove centrali a carbone, traccia l'obbligo e l'opportunità di contenere il più possibile il ricorso ai combustibili fossili per sviluppare le rinnovabili, specie il solare termico e fotovoltaico. «In Cina abbiamo le condizioni migliori del pianeta» azzarda. E azzarda ancor di più quando disegna il nucleare del futuro: «grandi centrali assolutamente pulite ma anche microreattori a bordo delle auto e dei satelliti».

lunedì 16 febbraio 2009

Italia più vicina all'obiettivo Kyoto

Centrare gli obiettivi di Kyoto? Sorpresa: per l'Italia non è impossibile, anche se ci costerà caro. Perché se è vero che i dati delle nostre emissioni nell'ultimo biennio – anticipati dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile – mostrano un'accelerazione addirittura imprevista nella pulizia dello Stivale, ulteriori azioni sono indispensabili. E l'ipotetico risultato saràcomunque accompagnato da una dolosa consapevolezza. Nel pianeta c'è chi annullerà i nostri sforzi.L'America di Obama potrà far molto con al sua tardiva (ma non scontata) adesione ai richiami di Kyoto. Ma a spingere la CO2 sono comunque i paesi rampanti, Cina e India in testa. E sarà davvero difficile evitare un ulteriore forte aumento della CO2 che causa il fenomeno del riscaldamento globale. Ecco dunque le luci (per il nostro paese) e le ombre (per l'intero pianeta) nel rapporto della Fondazione guidata da Edo Ronchi, l'ex ministro dell'Ambiente nei governi di centrosinistra che ha materialmente siglato per noi il protocollo di Kyoto.«Dal 2005 il trend in Italia è cambiato. Abbiamo immesso nell'atmosfera 28 milioni di tonnellate di gas serra in meno. Nel 2012 potremmo essere molto vicini all'obiettivo, con una riduzione delle emissioni del 5,4%, a 489 milioni di tonnellate, rispetto al -6,5% previsto dal protocollo» azzarda Ronchi sulla scorta del rapporto. Certo, «la riduzione, iniziata nel 2006, si è rafforzata nel 2007 e 2008 anche a causa del consistente aumento del prezzo del petrolio» che ha contribuito a frenare i consumi e a incentivare l'efficienza. E ora «la recessione sta producendo «un effetto analogo». Sta di fatto che secondo i calcoli effettuati dalla Fondazione sulla base dei nostri consumi petroliferi nel 2008 abbiamo emesso "solo" 550 milioni di tonnellate di CO2, con un ulteriore taglio di 5,8 milioni di tonnellate rispetto al 2007. «Nel 2009 le emissioni probabilmente continueranno a diminuire, anche se l'effettivo raggiungimento del target «resta molto impegnativo» precisa Ronchi. Che ci invita ad accelerare ma a farci anche un po' furbi. Con la validazione ufficiale, ad esempio, degli assorbimenti di carbonio dai "serbatoi" naturali (foreste, territorie altri fenomeni). I fondi per l'operazione –ricorda Ronchi– erano stati stanziati nella Finanziaria 2007. Poi sono stati usati per altri scopi. «Se fossero ripristinati potremmo avere un registro operativo nel 2011, con un costo di due milioni di euro l'anno per tre anni. Questo ci permetterebbe di contabilizzare un taglio di oltre 10 milioni di CO2 ad un costo inferiore ai 60 centesimi per tonnellata, a fronte di un prezzo di mercato di 20 euro a tonnellata».Bene,intanto,anche per l'intera Europa. Che «nel 2012 potrebbe addirittura superare gli obiettivi, raggiungendo una riduzione dell'11,3%». Vittoria senz'altro utile ma largamente insufficiente per gli equilibri globali del pianeta, visto che i paesi rampanti (e l'America), hanno spinto le emissioni di CO2 dai 21 miliardi di tonnellate del 1990 ai quasi 28 miliardi del 2006. Coinvolgerli? Un obbligo. (da "Il Sole 24 Ore")
Quindi anche i grandi gruppi iatliano hanno iniziato a muoversi. Questo è quello che l’Eni, ad esempio, su iniziativa dell’amministratore delegato Paolo Scaroni, dichiara di fare ogni anno a favore dell’ambiente.

giovedì 22 gennaio 2009

L'Eni rilancia le ambizioni in Libia

Massicci investimenti comuni per esplorazione, estrazione e opere logistiche, dice Il sole 24 Ore

di Federico Rendina M iracoli della diplomazia. Che ascolta senza troppo agitarsi le tipiche sirene che accompagnano i momenti più caldi che precedono i grandi patti. Si agitano un po', per la verità, gli analisti di Quotidiano Energia, sito specializzato nel settore energetico. Fanno notare che un editoriale apparso lunedì sul quotidiano Al Jamahiria, considerato portavoce di Muhammar Gheddafi, invita i Congressi popolari di base a «recuperare rapidamente il nostro petrolio dalle compagnie straniere ». E lo stesso – informa anche la Reuters da Tripoli – lo scrive a chiare lettere il quotidiano Al Chams, fondato direttamente da Gheddafi.Gioco delle parti, insistono i diplomatici. Chissà se hanno ragione. Di certo all'Eni non si agitano. Convinti che il grande patto ItaliaLibia che si va a siglare per chiudere definitivamente la partita coloniale possa dare proprio all'Eni la rampa di lancio per un rafforzamento della sua già poderosa collaborazione. L'eventuale "riappropriazione" delle risorse petrolifere? All'Eni si dicono perfino «estranei » alla minaccia.Il Cane a sei zampe è lì esattamente da 50 anni. Enrico Mattei, prima della tragica scomparsa nel '62,fece un gran lavoro politico per improntare l'attività industriale in Libia ( e non solo lì) al principio della collaborazione e del vantaggio reciproco. Tecnologie e cooperazione, e bando a qualunque segnale di sfruttamento neocoloniale. Paolo Scaroni si muove quasi ossessivamente su questa linea: «Mettiamoci in testa che petrolioe gas sono di loro proprietà», ripete emblematicamente guardando alla Libia, al Venezuela, all'Algeria e dovunque.La nazionalizzazione periodicamente ventilata dai seguaci di Gheddafi potrebbe eventualmente riguardare altri e non l'Eni?Forseè un azzardo. Ma chissà: potrebbe funzionare. Deve funzionare. E non solo per dare un senso di convenienza reciproca al piano libico, che la politica e l'industria italiana ha già detto di gradire, per acquisire progressivamente una quota Eni attorno al 10 per cento.La Libia rappresenta già oggi per l'Eni il bacino più consistente per le sue attività di esplorazione ed estrazione di olio e gas nel mondo, con oltre 500mila "boe" (barili di petrolio equivalenti) l'anno, di cui quasi 300mila di sua diretta competenza, il 20% della produzione totale Eni nel mondo. E sull'onda di un nuovo piano pluriennale d'investimenti da 15 miliardi di euro, un anno fa Scaroni ha messo a segno un accordo strategico con la società di Stato libica Noc per nuovi piani comuni di sviluppo delle attività, proiettando al 2042 la durata dei titoli Eni per l'estrazione di petrolio, e al 2047 quelli per l'estrazione di gas metano.Decisiva,laggiù,l'attività nel petrolio,cheè di qualità "top" (basso tenore di zolfo e quindi lavorabile con un ciclo di raffinazione più agevole ed economico). Ma ancor più quella nell'esplorazione e sfruttamento dei giacimenti di metano. Il tutto con un'attività produttiva che si estende nell'offshore mediterraneo di fronte a Tripoli e nel deserto libico, per una superficie complessiva di quasi 38mila chilometri quadrati.Giacimenti preziosi e redditizi. Grazie alla loro consistenza. Grazie alle tecnologie esibite dall'Eni, riconosciuto leader nelle esplorazioni "difficili" e nelle nuove tecniche di iniezione compensativa di acqua e di CO2 (una tecnologia che trova forti motivazioni di sviluppo nei progetti di cattura dell'anidride carbonica per combattere l'effetto serra). E grazie, soprattutto, alle strutture logistiche che consentono un agevole trasporto del metano libico nel quadrante Sud della Vecchia Europa.

mercoledì 17 dicembre 2008

«Mediterraneo strategico per le energie rinnovabili»

Due eventi politici maggiori degli ultimi mesi ridefiniscono le possibilità di sviluppo delle energie rinnovabili: lo storico accordo europeo della settimana scorsa sul pacchetto clima- energia; la nascita in luglio dell'Unione per il Mediterraneo. Da un lato un quadro di riferimento normativo e dall'altro un nuovo slancio per la cooperazione tra Nord e Sud. In questo ambito, e a pochissimi giorni dall'intesa di Bruxelles, si è svolta ieria Parigi la conferenza finale del «Piano d'azione per lo sviluppo delle energie rinnovabili nei Paesi del Sud e dell'Est mediterraneo ». Nell'auditorium di Gaz de France Suez si sono dati appuntamento esperti del settore e top manager dei grandi gruppi europei energetici e ambientali con l'obiettivo di definire il nuovo asse di cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo per lo sviluppo di centrali eoliche e solari. Per l'Italia ha partecipato, tra gli altri, il presidente di Enel,Piero Gnudi,anche in veste di presidente dell'Osservatorio Mediterraneo dell'Energia (Ome). Secondo Gnudi, le prospettive di crescita nell'area sono più che buone per l'industria energetica: «Nella sponda Sud del Mediterraneo si verificano tre condizioni ideali per lo sviluppo delle rinnovabili: il sole, il vento e lo spazio, elementi che da noi è sempre più difficile trovare combinati. Non si tratta soltanto di creare delle interconnessioni, ma di costruire in loco impianti per la produzione di energia rinnovabile». Ed è qui che scatta il legame con l'accordo climatico europeo poiché si ampliano le possibilità sia di ottenere CDM (Clean Development Mechanism) sia Certificati Verdi e partecipare così al processo globale di riduzione delle emissioni di Co2.«Oggi –prosegue Gnudi - il mercato dei diritti di emissione rappresenta già 80 miliardi di euro, ma il giorno in cui anche Cina e Stati Uniti dovessero entrare negli impegni del protocollo di Kyoto, si passerebbe a circa 2mila miliardi».
Enel, sostiene il suo presidente, intende giocare un ruolo da protagonista nelle rinnovabili: all'inizio del mese è stata lanciata Enel Green Power, già una delle società più grandi d'Europa nel settore, mentre gli investimenti nel periodo 2008-2012 ammontano a 6,8 miliardi di euro. Gnudi ritiene vitale, per le aziende del settore,mantenere un'adeguata capacità d'investimento: «Questa crisi ha già fatto tanti danni e non vorrei che facesse anche perdere il senso del futuro. Se smettiamo di investire e l'economia riparte, allora anche i 150 dollari al barile del luglio scorso potranno sembrarci pochi. La crisi è mondiale e dunque la ripresa sarà mondiale anch'essa». Il presidente di Enel vede molte aziende, anche grandi, spaventate, e sempre meno disposte a investire. E come molti altri manager del settore ritiene che il fatidico picco dei 150 dollari sia stato il frutto di lunghi anni in cui, col petrolio a prezzi relativamente bassi, gli investimenti erano rimasti al palo.(tratto da Il Sole 24 Ore)
Vedi anche "L’energia responsabile" secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni.

lunedì 15 dicembre 2008

Premiate e bocciate, i "voti" alle società petrolifere

Da Affari & Finanza

Il settore energetico è chiamato ad affrontare crescenti sfide in termini di sviluppo sostenibile per la rilevanza sia dei suoi impatti ambientali, che contribuiscono in modo decisivo ai cambiamenti climatici, sia dei suoi impatti sociali, dal momento che molte società del settore operano in alcune delle aree più geopoliticamente a rischio del globo. Le capacità delle società petrolifere di gestire i rischi sociali e ambientali associati alle proprio attività di business sono state analizzate nel rapporto 2008 sul settore energetico europeo pubblicato dall’agenzia di rating ambientale e sociale Vigeo.Secondo le stime dell’International Energy Agency, la domanda globale di energia crescerà ad un tasso annuo dell’1,6% fino al 2030 e i combustibili fossili continueranno ad essere la principale fonte d’energia; in particolare, la domanda di petrolio e quella di gas naturale cresceranno rispettivamente dell’1,3% e del 2% su base annua. Se a queste previsioni si aggiunge il processo di nazionalizzazione delle risorse energetiche attuato in alcuni Paesi e la crescente competizione delle compagnie petrolifere nazionali che detengono complessivamente il 77% delle riserve mondiali, si capisce come l’accesso a nuove riserve sia uno dei driver che indirizzano le strategie delle multinazionali del settore. Queste in particolare si traducono, per quanto riguarda l’upstream, nell’estrazione di oli non convenzionali, il cui processo genera una quantità di emissioni di gas ad effetto serra almeno tre volte superiore a quella generata dall’estrazione di greggio convenzionale; nello sviluppo di progetti d’esplorazione particolarmente complessi come il progetto Kashagan in Kazakhstan o il progetto Sakhalin in Russia; e nell’intensificarsi dei processi di esplorazione e produzione anche nei paesi geopoliticamente instabili. Lo studio realizzato da Vigeo prende in considerazione 16 società petrolifere appartenenti all’indice Dow Jones STOXX 600 Europe e ne analizza il profilo di responsabilità sociale in 6 aree d’indagine: diritti umani, risorse umane, ambiente, business behaviour, corporate governance e relazioni con le comunità locali.Nell’ambito delle risorse umane, l’area della salute e sicurezza è quella nella quale le società ottengono il punteggio medio più elevato (su tutte, l'Eni guidata da Paolo Scaroni e Total), mostrando di aver adottato politiche e programmi adeguati per gestire questi aspetti. Il maggior rischio riguarda i contrattisti che non sempre sono coperti dai sistemi di gestione implementati dalle compagnie petrolifere. Per quanto concerne le relazioni sindacali, i risultati conseguiti sono eterogenei. Se da un lato ci sono società che non forniscono informazioni sugli strumenti adottati per promuovere le relazioni sindacali, dall’altro ci sono compagnie, come Eni e StatoilHydro, che hanno definito con i sindacati un accordo sulle relazioni industriali a livello internazionale. L’area ambiente, nella quale Shell e BP ottengono il punteggio più elevato, è una delle aree maggiormente critiche. La ricerca di Vigeo ha evidenziato che le performance ambientali sono complessivamente peggiorate nell’ultimo triennio sia nell’upstream che nel downstream. Per quanto riguarda la gestione dei gas ad effetto serra, solo Total, StatoilHydro e BP hanno già avviato progetti di confinamento geologico di CO2 mentre, in tema di riduzione del gas flaring, sono ancora minoritari i progetti di valorizzazione e riutilizzo del gas naturale associato al petrolio. Sebbene la produzione di biodiesel sia rapidamente cresciuta nel corso degli ultimi anni, l’investimento nella ricerca e nello sviluppo di altri combustibili alternativi e di energie rinnovabili rimane, con l’eccezione di BP, ancora marginale. Nei rapporti con le comunità locali i principali operatori hanno implementato programmi volti alla promozione dello sviluppo economico e sociale delle aree in cui operano. Solo una minoranza, tra cui Eni, Shell e BG Group, conduce invece valutazioni di impatto sociale dei progetti d’esplorazione e produzione. Tuttavia la persistenza di situazioni critiche come quella del Delta del Niger — dove le comunità locali hanno intrapreso azioni legali contro le major operanti nella regione, tra cui Shell, Total ed Eni — mostra non solo i rischi a cui sono esposte le società petrolifere in questo ambito ma anche l’importanza di definire misure di riduzione dell’impatto con il coinvolgimento diretto delle comunità locali interessate.

giovedì 11 dicembre 2008

«Ambiente, Italia sempre peggio». Ma è un’ecoballa

Nella graduatoria delle misure anti-Co2 il crollo al 44° posto è solo apparente, dice Il Giorno


RISPETTO alla classifica di due anni fa l’Italia perde ben dieci posizioni, e rispetto allo scorso anno mantiene il poco lusinghiero 41° posto sui 57 maggiori emettitori di Co2. La classifica di Germanwatch e Can Europe, presentata a Poznan e stilata per quanto riguarda l’Italia con il contributo di Legambiente, è un termometro sensibile per indicare la qualità degli interventi per la riduzione dei gas serra dei paesi che globalmente emettono il 90% della Co2. E l’Italia non ne esce bene. In testa alla classifica ci sono, nell’ordine, Svezia, Germania, Francia, India, Brasile, Regno Unito, Danimarca e Norvegia. MA A DIFFERENZA dello scorso anno nessun paese a giudizio di Germanwatch ha fatto abbastanza per piazzarsi ai primi tre posti, che sono stati lasciati in bianco. E’ solo per questo artificio che l’Italia apparentemente slitta in 44° posizione. In realtà nella classifica è e resta al 41°, ma ieri telegiornali e agenzie di stampa hanno dato la notizia della perdita di posizione, senza spiegare il dato. Resta il fatto che tener posizione non è certo un vanto se si considera che solo due anni fa era al 31°e che, rispetto al 1990 (dati agenzia internazionale per l’energia), ha aumentato le proprie emissioni del 12,6%. DAVANTI a noi ci sono paesi in via di sviluppo (e spesso pure produttori di petrolio) come il Messico (11°), il Marocco (17°), l’Algeria (23°) e persino l’Iran (36°). La Cina è 46° e gli ultimi tre posti sono occupati da Usa, Canada e Arabia Saudita, maglia nera. «E’ una performance disastrosa. A salvare l’Italia dagli ultimissimi posti della classifica – sottolinea Alberto Fiorillo portavoce di Legambiente – sono state le poche ma importanti misure adottate in questi anni, come il conto energia per la promozione del fotovoltaico o gli incentivi del 55% per l’efficienza energetica. Misure che paradossalmente sono finite nel mirino dell’attuale governo».

lunedì 1 dicembre 2008

E contro il caro-gasolio torna la borsa d´acqua calda

da La Repubblica

La crisi economica globale sommata alla minaccia del cambiamento climatico sta producendo un sorprendente boom per un oggetto a basso costo e a bassissima tecnologia che sembrava destinato a scomparire: la vecchia boule, la borsa di plastica dell´acqua calda, solitamente di colore arancione o rossiccio, da tenere stretta al corpo per riscaldarsi, avvolta in un asciugamano o in una coperta per non bruciarsi quando scotta. Un rimedio vecchio stile, utilizzato in passato sia per combattere il freddo in case poco riscaldate, sia per provare un po´ di sollievo dopo un´indigestione o un malessere di qualsiasi tipo. Ma adesso la borsa dell´acqua calda vive un inaspettato revival. A Tokyo e un po´ in tutto il Giappone, informa il Times, va a ruba: è l´unico articolo che ha aumentato a dismisura le vendite, nonostante la recessione che ha colpito anche il paese del Sol Levante. Il motivo, secondo gli esperti, è che permette di risparmiare sulle spese del riscaldamento e in tal modo riduce anche i danni per l´ambiente: una boule di acqua calda, usata al posto dell´energia necessaria per scaldare una casa di notte, equivale a una riduzione di 30 chilogrammi di emissioni di ossido di carbonio l´anno. In più, come osserva il quotidiano londinese, è un antidoto ideale contro la depressione.A Hokkaido, la regione più fredda del Giappone, le vendite della borsa dell´acqua calda sono aumentate del 260 per cento rispetto a un anno fa. A Tokyo se ne vendono in tutte le versioni, dalla più cara a 120 euro alla più economica a sei. Una ditta giapponese ne ha lanciata perfino una da indossare come un paio di scarpe, sopra i calzini, per riscaldare i piedi. Pare che il fenomeno non riguardi solo il Giappone: sarebbe il segno di un ritorno ai metodi del passato, semplici ed economici, per sopravvivere al tempo della crisi.

mercoledì 22 ottobre 2008

«Kyoto? Come svuotare il mare»

«Ho sempre pensato che il protocollo di Kyoto sia come vuotare il mare con il secchiello», perché «non risolve il problema, è una soluzione più emblematica che reale, serve più a dare l'esempio». Così Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni, ha commentato il dibattito sul pacchetto clima-energia dell'Ue e gli obiettivi di Kyoto. Scaroni ha criticato i negoziati che hanno definito l'attuale posizione dell'Italia e in particolare il fatto che «i virtuosi vengano puniti» e il nostro Paese abbia «gli stessi obiettivi di riduzione di chi ha le emissioni maggiori di CO2». (dal Corriere della Sera)