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martedì 17 febbraio 2009

Chavez presidente a vita: «Il nuovo Castro col petrolio»

SANGUIGNO È l'ora della vittoria, sembra indicare Hugo Chavez, che ha vinto il referendum presidenziale e si appresta a governare a lungo il suo Venezuela per portare a compimento la «rivoluzione bolivariana» che non gli riuscì due anni fa (Reuters)dall'inviato GIAMPAOLO PIOLI NEW YORK IL POPOLO del Venezuela ha deciso: Hugo Chavez potrà ripresentarsi nel 2013 per un altro mandato di 6 anni aprendo la strada a una sua presidenza a vita. La «Rivoluzione bolivariana del ventunesimo secolo» che si è inventato quasi 10 anni fa diventando il «nuovo Castro col petrolio» ha ricevuto il definitivo via libera in un trionfo di camicie e bandiere rosse. Col 54,36% dei voti, il «comandante Hugo» è apparso al balcone del Palazzo Miraflores: «Hanno vinto la costanza, la verità e la dignità del popolo.Io sono soltanto un soldato del popolo, voi siete il mio capo a voi dedico la vittoria». E il primo a congratularsi con lui, 9 secondi dopo l'annuncio ufficiale, è stato il vecchio amico Fidel, che aveva previsto il risultato. Col referendum Chavez si giocava l'intero destino politico. Anche una vittoria di strettissimo margine avrebbe ridato fiato alle opposizioni piuttosto divise, ma pronte a ricompattarsi per il voto parlamentare del 2010. Il sì alla riforma costituzionale con questo vantaggio, consegna invece al controverso e combattivo sfidante dell'America di George Bush un mandato fortissimo per la sua «rivoluzione» d'ispirazione filo-cubana. Barack Obama, pronto a riprendere il dialogo con Caracas dopo il congelamento dei rapporti Usa-Venezuela, dovrà tenerne conto e trattare Chavez come un partner di peso. LE NAZIONALIZZAZIONI, dal petrolio alle grandi industrie, una ridistribuzione delle terre di stampo vagamente socialista, il forte impegno dello Stato nella lotta contro la povertà e nell'allargamento di istruzione e servizi medici e sociali, sono stati i grandi cavalli di battaglia per mantenere alta la popolarità nella sfida alle vecchie oligarchie venezuelane. La resa dei conti con i latifondisti e gli uomini dei grandi capitali che nel 2002 organizzarono un golpe parlamentare contro di lui ottenendone l'arresto per qualche ora, si sta consumando voto dopo voto. La vittoria referendaria di ieri, che nessuno contesta, dimostra che il Venezuela rimane spaccato ideologicamente in due, ma la stragrande maggioranza della popolazione preferisce Chavez. Dal balcone di Miraflores il «super presidente» ha citato Jorge Luis Borges e l'apostolo San Paolo sul «guerriero dei popoli» per poi concludere con El pueblo unido jamas serà vencido. PUR COL CROLLO del prezzo del petrolio, «Hugo il guerriero» è riuscito fino a questo momento a non tagliare l'enorme spesa pubblica a favore dei ceti poveri e a garantirsi una solidissima e fedele base elettorale.Il suo «modello bolivariano» non è certo un elemento di attrazione per gli Stati Uniti, ma sicuramente la scelta di un governo forte che piace a Obama contro il governo leggero e a favore della deregulation che invece predicava Bush, potrebbe fare ritrovare a Washington e a Caracas più di un punto in comune nei prossimi mesi, stemperando una tensione con l'intera area sudamericana che ormai dura da lungo tempo, aprendo spiragli anche per un «nuovo rapporto» tra Washington e Cuba. Obama ha subito notato che in questi «vuoti di amicizia» sia i russi sia i cinesi si sono inseriti molto in fretta, sostituendo la leadership americana in un'area strategica. (Dal Giorno)

venerdì 13 febbraio 2009

La benzina delle canaglie

La Casa Bianca lancia il progetto «Nuova energia per l'America»: tra gli obiettivi, non comprare più petrolio dagli stati «nemici». L'unico citato per nome è il Venezuela: da Caracas arriva il 12% del greggio Usa, che però da soli coprono il 50% dell'export venezuelano. Chavez se la ride, ma alcuni esperti non sono d'accordo, spiega il manifesto

La storia del petrolio venezuelano è legata alla principale potenza «consumatrice» del pianeta, gli Stati Uniti, ma se il nuovo piano su energia e ambiente del presidente Barack Obama raggiungerà i suoi obiettivi, entro un decennio Caracas non potrà più contare sul mercato statunitense per greggio e derivati. Il piano «Nuova energia per l'America», lanciato il 26 gennaio da Washington, prevede tra i primi quattro obiettivi quello di «eliminare le nostre attuali importazioni da Medio Oriente e Venezuela, entro 10 anni». Nel firmare i decreti per la realizzazione del piano, Obama ha dichiarato che uno dei suoi obiettivi è rendersi indipendente dal petrolio «proveniente da regimi ostili», attraverso un risparmio nel consumo di almeno 14 milioni di barili al giorno a partire dal 2011.«Gli serve il nostro greggio»I primi commenti del presidente venezuelano Hugo Chávez sono arrivati il 2 febbraio. «A me sembra che al presidente Obama abbiano fatto prendere lucciole per lanterne sul tema dell'energia», ha dichiarato, ribadendo che Washington continuerà a dipendere dal petrolio importato. Chávez, che ha valutato il piano in termini globali e senza uno specifico riferimento al caso venezuelano, si è complimentato per la decisione della nuova amministrazione Usa di promuovere l'uso di energia pulita, offrendosi di collaborare nel dare impulso all'energia solare, eolica o delle correnti marine. «Tutto ciò mi sembra meraviglioso, ma difficilmente gli Usa nel breve periodo si libereranno dal petrolio, di cui hanno bisogno come l'aria, come l'ossigeno», ha assicurato Chávez, per il quale nei prossimi anni «sarà inevitabile un incremento nel consumo di petrolio» a livello mondiale.

martedì 27 gennaio 2009

Chavez: Opec pronta a diminuire produzione petrolio

L'Opec e' pronta a diminuire ancora la produzione del greggio per difendere il prezzo del petrolio dagli effetti della crisi finanziaria mondiale. Lo ha garantito il presidente venezuelano, Hugo Chavez. "Ho detto poche settimane fa, se dobbiamo tagliare 4 milioni (di barili, ndr.), li taglieremo, non lasceremo che i prezzi scendano a sei dollari al barile, come dieci anni fa", ha detto Chavez durante un programma radiofonico nazionale, stando a una nota trasmessa dal suo ufficio. Il mese scorso, i Paesi Opec, che insieme producono un terzo del petrolio mondiale, avevano gia' deciso di diminuire il numero dei barili messi in commercio di 2,2 milioni al giorno. Il prossimo summit dovrebbe tenersi il 15 marzo a Vienna, ma i leader potrebbero incontrarsi prima se il Brent scendesse sotto i 40 dollari a barile. (Agi)

lunedì 19 gennaio 2009

Petrolio, investimenti fermi

I margini si riducono e le compagnie tagliano le spese di R&S, spiega Il Sole 24 Ore

Nuove esplorazioni abbandonate in corsa. Investimenti decurtati al lumicino. Licenziamenti di massa. Tagli ai contratti dei fornitori. È uno scenario drammatico quello che sta provocando il raffreddamento del barile a 36,5 dollari, con la riduzione dei budget di spesa da parte dei Paesi esportatori e dei grandi colossi petroliferi.L'ultima conferma arriva da due delle principali major, ovvero la francese Total e la statunitense ConocoPhillips. La terza maggiore società petrolifera europea vuole posticipare l'avvio di alcuni progetti esplorativi a causa del drastico calo dei profitti, come dimostreranno i risultati dell'ultimo trimestre 2008, che saranno diffusi nei prossimi giorni. Una retromarcia arrivata a sorpresa, visto che fino ad oggi il colosso guidato da Christophe de Margerie era stato tra i pochi a confermare un budget 2009 superiore a quello del 2008. Eppure il tracollo del greggio è stato più forte delle promesse. Ora in discussione ci sono anche i progetti nei blocchi al largo dell'Angola e del Canada, molto redditizi proprio perché costosi.Ancora più esplicita la decisione di ConocoPhillips. Nel 2009 il terzo colosso petrolifero statunitense decurterà le spese per nuovi giacimenti a 12,5 miliardi di dollari, il 18,3% in meno rispetto al 2008. A diminuire sarà anche la forza lavoro, che verrà ridotta del 4%, pari a 1.350 unità.Sono questi gli ultimi segnali di allarme di un'industria che negli ultimi anni ha avviato esplorazioni su larga scala nella convinzione che i prezzi del greggio potessero solo lievitare. Oggi, con un barile Wti in calo del 75% rispetto allo scorso luglio, quando valeva 147 dollari, le major si trovano alle prese con un problema: troppe spese di fronte a ricavi sempre più risicati. Dal Canada fino alla Russia,l'imperativoè rivedere i piani di crescita. Il tutto nella speranza che le quotazioni riprendano ossigeno.La giravolta del Venezuela Il Venezuela, uno dei maggiori esportatori al mondo, ha dovuto perfino mettere da parte gli ideologismi nazionalistici per convertirsi a un più urgente pragmatismo.Hugo Chavez starebbe infatti corteggiando alcune compagnie petrolifere occidentali - tra cui Chevron, Royal Dutch/Shell e la stessa Total - per convincerle a sviluppare le riserve del Paese. L'obiettivo del presidente sudamericano è puntellare l'attività della società nazionale Petròleos de Venezuela, continuare l'estrazione e salvare così anche i programmi di sviluppo del welfare statale. Più che un'apertura, un'autentica svolta, visto che la decisione segue a ruota la nazionalizzazione, avvenuta nel 2007, di tutti i siti petroliferi nazionali. Ma il possibile ingresso di società private occidentali in una delle più grandi riserve di greggio al mondo (Orinoco Belt, l'area sud venezuelana che contiene 235 miliardi di barili di petrolio), rivela quanto sia urgente il problema dei prezzi per chi fino ad oggi ha potuto contare su quotazioni alle stelle.Le strategie in campo Nell'attesa di un nuovo probabile taglio dell'output a marzo, che nelle speranze dell'Opec dovrebbe risollevare i listini, anche le altre major corrono ai ripari. Nei giorni scorsi la norvegese StatoilHydro ha tagliato il budget 2009 a 13,5 miliardi di dollari dai 16 miliardi del 2008. Analoga la decisione della britannica Premier Oil, che ha rimandato al 2010 il raggiungimento dei target produttivi a causa della riduzione dell'estrazione in Vietnam e in Norvegia.

venerdì 16 gennaio 2009

Il petrolio rende sempre meno. Chavez corteggia gli odiati yankee

La «oil diplomacy» del presidente venezuelano è in difficoltà. Il barile costa troppo poco. Basta ideologia e viva i capitali esteri, dice Il Riformista

«Anche se il prezzo del petrolio arriverà a zero dollari, la rivoluzione venezuelana andrà avanti». Erano le dichiarazioni di Hugo Chávez alla vigilia di Natale 2008, con il prezzo del greggio che toccava i 27 dollari a barile. L'intenzione era di sembrare impermeabili alla crisi. Inutilmente. Le conseguenze del prezzo del petrolio così basso, base unica ed esclusiva dell'economia venezuelana, iniziano a farsi sentire. Anche sulla natura socialista della rivoluzione bolivariana. Molto meno temeraria e rivoluzionaria e ora più riformista. Di fronte a una spesa pubblica calcolata per il 2009, con il barile a 15 dollari meno del prezzo reale e i conti che non tornano, l'ideologia anti-nordamericana portata avanti dal presidente venezuelano fa un passo indietro e abbassa i toni. Cambia strategia riguardo all'apertura delle concessioni alle demonizzate multinazionali petrolifere, e alla gestione della diplomazia caratterizzata da una eccessiva generosità con gli alleati - petrolio scontato - e minacce agli avversari.Chávez torna a corteggiare le imprese transnazionali che fino a qualche mese fa aveva minacciato di espropriazione, inchieste e vessazioni fiscali. In un ampio articolo The New York Times racconta che essendo sotto pressione per il forte calo dei prezzi e della produzione nazionale, i funzionari del governo hanno aperto, in termini di licenze, alle maggiori compagnie occidentali come Chevron, Royal Dutch/Shell e Total francese, promettendo loro libero accesso alle riserve petrolifere. «La volontà di queste compagnie di investire in Venezuela riflette la scarsità di progetti aperti agli stranieri in Medio Oriente», scrive il Nyt. La volontà del governo chavista di riaprire alle compagnie straniere, si può aggiungere, riflette la miopia della politica nazionalista.In una conversazione con Il Riformista, l'economista venezuelano, esperto di energia e petrolio, Rafael Quiroz Serrano, ha spiegato che questo atteggiamento del governo non è una sorpresa. Era ipotizzabile dall'aprile del 2006, quando per far fronte a un calo di estrazione, produzione e raffinazione è stata creata la figura dell' "impresa mista". Un elemento giuridico e operativo ibrido, nel quale le multinazionali condividono le azioni della società petrolifera statale venezuelana, Pdvsa, - che detiene comunque la maggioranza - per poter operare nei giacimenti venezuelani.

venerdì 10 ottobre 2008

Petrolio, ora Chavez pensa alla banca dell'Opec

Una banca dei Paesi Opec.E' ciò che proporrà il vulcanico presidente venezuelano Hugo Chavez ai Paesi membri del cartello petrolifero. Una banca di loro proprietà, in cui ciascuno di essi possa depositare le rispettive riserve. In una conferenza stampa durante la quale ha affrontato i problemi della crisi finanziaria mondiale, Chavez ha ricordato che già nel 2000 l'Opec esaminò l'iniziativa, che fu però accantonata perché non tutti furono d'accordo.«Non ci fu il consenso di due Paesi» ha specificato.«Ora però mi propongo di presentarla e, qualora non venisse accettata, il Venezuela cercherà di creare lo stesso una banca petrolifera internazionale».

domenica 14 settembre 2008

Il petrolio scende sotto i 100 dollari

Articolo tratto da Milano Finanza

Alla fine, venerdì 12 settembre, il prezzo del petrolio è sceso a New York sotto i 100 dollari al barile. Solo per un attimo, fino a 99,99 dollari, cosa che non accadeva dallo scorso 2 aprile. Ma il segnale è importante, soprattutto se si pensa che tutto congiurava per un rialzo delle quotazioni. L'uragano Ike si stava infatti avvicinando con tutta la sua potenza distruttiva a Houston, la capitale petrolifera degli Stati Uniti, mentre il presidente Hugo Chavez espelleva dal Venezuela l'ambasciatore di Washington ricoprendo d'insulti gli americani e minacciando di chiudere loro i rubinetti del greggio. Come se non bastasse, l'euro era in recupero sul dollaro e tornava a quota 1,42