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giovedì 9 aprile 2009

Greggio, scorte ancora in salita

La cura Opec non basta, per ora, a riportare l'equilibrio nel mercato petrolifero. Le scorte continuano a crescere nonostante la chiusura dei rubinetti, a dimostrazione che la crisi morde sui consumi. I prezzi, saliti sull'entusiasmo delle borse fino a 54 $/ bbl, sono scesi ieri sotto i 50$ per poi salire in chiusura a 51,59 $ per il Brent scadenza maggio e a 49,38 per il Wti. I margini di lavorazione "soffrono" e spesso mostrano il segno negativo per i raffinatori europei; perdono terreno i ricavi del gasolio, dove si sente anche la competizione del mercato orientale (l'indiana Reliance vende gasolio in Mediterraneo) e dell'olio combustibile (per i ridotti consumi di bunker).Dai dati del Dipartimento Usa dell'Energia si conferma che le raffinerie americane procedono all'82% della capacità. Negli Stati Uniti crescono le scorte di greggio (+1,6 milioni di barili, ai massimi degli ultimi 16 anni) e di benzina (+0,6) e scendono i distillati (-3,4). Ai minimi invece l'appetito dei raffinatori, con conseguente forte flessione dei differenziali e discesa record dei noli delle petroliere.....Visto che si parla di nuove regole della finanza, sarebbe il momento giusto per restringere la platea degli investitori petroliferi e per evitare che il future sia solo un veicolo per aumentare il costo dell'energia in un momento così drammatico per l'economia mondiale. Ad esempio si potrebbe imporre che per i futures petroliferi sia ben presente e accessibile l'opzione di consegna fisica del greggio. (da Il Sole 24 Ore)

domenica 5 aprile 2009

Le riserve di petrolio hanno registrato un aumento di 2,8 milioni di barili

L'ultima settimana di contrattazioni ha avuto un andamento piuttosto contrastato, con l'E-Mini Crude Oil future che ha sostanzialmente seguito l'andamento dei listini azionari, pagando una violenta correzione iniziale, per poi trovare un importante riscatto nella seconda parte dell'ottava. Le rinnovate preoccupazioni sulla solidità delle principali economie mondiali e i conseguenti effetti di una recessione, che non potrà essere smaltita in tempi brevi e che imporrà quindi una duratura contrazione della domanda, si sono tradotte nella violenta caduta di lunedì 30 marzo, quando il derivato ha ceduto la soglia psicologica a 50 dollari, lasciando sul terreno oltre l'8%. Il timido rimbalzo della giornata successiva si è poi arrestato proprio a quota 50, mentre mercoledì è arrivata una nuova spinta ribassista dai dati sulle scorte Usa, che hanno imposto un'ulteriore correzione fino a 47,25 dollari (minimo settimanale). Secondo quanto riportato dal dipartimento dell'energia degli Stati Uniti, le riserve di greggio hanno infatti registrato un aumento di 2,8 milioni di barili, decisamente superiore alle attese. In rialzo anche le scorte di benzina (+2,2 milioni) e di distillati (+0,3 milioni). A pesare sul prezzo del greggio sono state anche le sorprendenti dichiarazioni di Abdullah al-Attiyah, ministro dell'Energia del Qatar, secondo cui l'attuale quotazione attorno ai 50 dollari sarebbe «ragionevole»: dopo aver più volte auspicato un ritorno verso quota 70, sembrano quindi arrivare nuovi segnali distensivi da parte dell'Opec, che aveva già chiuso la sua ultima riunione sconfessando le previsioni di un nuovo taglio della produzione.Nella seconda parte dell'ottava la dinamica dei prezzi ha peraltro registrato una secca inversione positiva, con il principale future quotato sul Nymex che si è rilanciato fino a ridosso di quota 54, cavalcando la reazione euforica dei mercati azionari alle decisioni prese nel corso del G20 di Londra: gli ingenti fondi stanziati per il rilancio dell'economia potrebbero infatti favorire anche una ripresa della domanda di materie prime. Graficamente, il recupero di 50 dollari ha ripristinato un quadro tecnico sostanzialmente analogo a quello della settimana precedente, con il derivato che potrà provare ad allungare verso quota 56 prima ed eventualmente fino a ridosso di 60 dollari. Al ribasso, i minimi delle ultime sedute in area 47,50-47,25 potranno invece affiancarsi alla soglia psicologica dei 50 dollari, come base d'appoggio di un'eventuale nuova correzione. (Da Milano Finanza)

lunedì 23 marzo 2009

Brent sui massimi

Settimana molto positiva per l'E-Mini Crude Oil future, con il derivato che ha forzato la soglia psicologica a 50 dollari per la prima volta dallo scorso 6 gennaio, fissando i nuovi massimi dell'anno a quota 53: a favorire il nuovo rialzo dei prezzi è stato soprattutto il forte calo pagato dal dollaro nei confronti di tutte le altre principali valute, dopo l'annuncio da parte della Federal Reserve, di un massiccio piano di acquisti (oltre 1.000 miliardi di dollari in tutto) di titoli di stato a lungo termine e di obbligazioni legate ai mutui. Un ulteriore input rialzista è arrivato anche da alcune dichiarazioni di membri dell'Opec, che hanno manifestato l'intenzione di spingere le quotazioni verso i 70 dollari al barile. I principali sostenitori di questa politica (Algeria, Iran e Venezuela su tutti) sono peraltro usciti sconfitti dalla riunione di Vienna di domenica scorsa, in cui non è maturato alcun intervento sulla produzione, a dispetto di un'aspettativa generale che scontava un taglio di almeno 1 milione di barili. Ogni decisione è stata invece rinviata al 28 maggio, quando si terrà un nuovo meeting straordinario per fare il punto della situazione. La decisione dell'Opec di non intervenire sulla produzione è maturata soprattutto sulla base dell'evidenza che i precedenti tagli non sono stati ancora attuati completamente: secondo una recente stima dell'Agenzia internazionale per l'energia, è stato infatti portato a termine solo l'80% del piano stabilito. Come detto, questa situazione non ha comunque frenato la corsa dei prezzi, così come l'impatto negativo dei dati sulle scorte Usa si è esaurito nella sola giornata di mercoledì: proprio a metà ottava il greggio ha infatti registrato l'unico ribasso settimanale, dopo che l'Energy information administration (Eia) ha comunicato un aumento delle riserve di petrolio (+2 milioni di barili) doppio rispetto alle previsioni. In sorprendente aumento anche le scorte di benzina (+3,2 milioni a fronte di un calo atteso di 1,2 milioni), mentre sono cresciute meno del previsto quelle di distillati.Graficamente una conferma del breakout di 50 dollari fornirebbe un chiaro segnale di forza, che potrebbe spingere le quotazioni verso quota 56 prima ed eventualmente fino a ridosso dei 60 dollari: più in generale, il future sta comunque perfezionando l'inversione rialzista del trend principale, interrompendo la tendenza negativa partita a luglio dello scorso anno. (Da Milano Finanza)

giovedì 12 marzo 2009

Timori sui consumi di greggio

L'incognita della domanda continua a influenzare i mercati petroliferi, ieri trascinati in caduta proprio dal prevalere del pessimismo sull'evoluzione dei consumi. Nonostante il contemporaneo scivolone del dollaro e nonostante i dubbi, non del tutto scomparsi, sulla possibilità di un nuovo taglio di produzione dell'Opec, gli operatori hanno preferito rivolgere lo sguardo soprattutto agli ultimi dati sulle importazioni cinesi e alle statistiche su stoccaggi e consumi negli Stati Uniti.Dai due maggiori consumatoridi petrolio del mondo sono arrivate cifre di interpretazione non proprio cristallina, che tuttavia sono state lette come indicatori di un indebolimento della domanda, sufficienti a spingere il Wti in ribasso di oltre 3 dollari al barile, a quota 42,33.Pechino, in particolare, ha reso noto di avere importato in febbraio 11,73 milioni di tonnellate di greggio (pari a circa 3,1 milioni di barili al giorno), il 17,9% in meno di un anno prima. Nei primi due mesi dell'anno il calo dell'import è stato del 13%, il più forte dal 2005. La tendenza, azzardano alcuni analisti, si potrebbe anche spiegare con l'esaurimento della capacità di stoccaggio. Ma il timore che anche la locomotiva cinese possa finire in affanno è pressante.Di certo, l'economia Usa non è in buona salute. Anche in questo caso, tuttavia, non manca qualche interrogativo sui consumi di carburante.Dalle statistiche dell'Energy Information Administration (Eia) è emerso che la domanda di benzina nelle ultime 4 settimane è aumentata dell'1,6% annuo, superando di nuovo la fatidica soglia dei 9 mbg. Un dato che, abbinato al crollo delle scorte (-3 mb in una settimana) aveva fatto inizialmente impennare le quotazioni della benzina stessa al Nymex. Ma l'effetto si è esaurito in fretta, non appena ci si è accorti che nella singola settimana conclusasi il 6 marzo gli americani avevano in realtà riempito un po' meno i serbatoi delle auto: la domanda in quei giorni è scesa in media di 232mila bg. Nello stesso periodo, inoltre, gli stock di greggio sono saliti di 700mila barili, quelli di distillati di 2,1 milioni (e in questo caso c'è anche un inequivocabile crollo della domanda, legato alla diminuita attività di trasporto delle merci). Anche le raffinerie, infine, lavorano sempre più a rilento, come del resto molti altri impianti industriali, non solo negli Usa: sempre ieri si è saputo che in Germania gli ordinativi in gennaio sono crollati dell'8 per cento.Le ultime novità potrebbero non essere di per sè determinanti nell'orientare le decisioni dell'Opec, al vertice di domenica. Tuttavia, anche per i membri del Cartello la domanda è un rebus cruciale. «Se in febbraio la domanda è stata inferiore alla produzione –ha spiegato il ministro iracheno Hussain al Sharistani – considereremo se ridurre ancora l'output».A favore di un nuovo taglio – o meglio:a favore dell'immediata applicazione di un nuovo taglio – si sono schierati comunque in modo esplicito soltanto l'Algeria e il Venezuela. Gli altri non si sono pronunciati o hanno fatto sapere che preferirebbero spingere per un'adesione ancora più stretta alle quote produttive. «Ci sono ancora 800mila barili al giorno che possiamo ritirare dal mercato –ha ricordato il qatarino Abdullah al Attiyah – Si tratta di un volume di greggio notevole». (Dal Sole 24 Ore)

giovedì 5 marzo 2009

Il petrolio accelera il recupero

Prezzi in accelerazione sui mercati petroliferi, che ieri hanno trovato numerosi e in parte inaspettati spunti rialzisti. Ad alcuni dati incoraggianti sulle possibilità di ripresa dell'economia cinese, che hanno favorito anche un generalizzato rimbalzo dei mercati azionari, si sono aggiunte la notizia di un incidente a un importante oleodotto russo e un calo a sorpresa delle scorte statunitensi di greggio. Il risultato è stato un balzo in avanti del 9% per il prezzo del Wti, che ha chiuso a 45,38 dollari al barile dopo aver toccato nel corso della seduta un picco di 45,76 $.Le quotazioni, già in ripresa martedì, sono state sostenute fin dall'inizio della giornata dagli spiragli di ottimismo in arrivo dalla Cina, dove l'indice dei responsabili acquisti è migliorato in febbraio per il terzo mese consecutivo e il Governo comincia a ventilare la possibilità di un ulteriore piano di stimolo per l'economia.Ad alimentare gli acquisti ha contribuito anche l'annuncio della temporanea riduzione di un quinto delle esportazioni di greggio dalla Russia (circa 840mila barili al giorno), a causa della rottura di una pipeline che rifornisce il porto di Novorossiisk, sul Mar Nero. Lo spegnimento dell'incendio e la successiva riparazione della conduttura richiederanno almeno 3- 4giorni.L'incidentesegue di poche ore l'ennesimo sabotaggio a un oleodotto in Nigeria, che ha costretto a ridurre la produzione locale di altri 70mila barili/giorno.In un mercato ormai da tem-po concentrato soprattutto sulla salute della domanda petrolifera – barometro della gravità della crisi mondiale – hanno tuttavia pesato molto di più le statistiche settimanali dell'Energy Information Agency statunitense.I dati diffusi ieri lasciano ben sperare. Non solo perché registrano un'inattesa riduzione degli stock di greggio (-0,7 mb, di cui 0,5 a Cushing, Oklahoma, punto di consegna del Wti), ma anche e soprattutto per i motivi che sembrano averla originata. Negli Usa la domanda di benzina nelle ultime quattro settimane è risalita a una media di 9,03 mbg (+2,2% rispetto a un anno prima), stimolando le raffinerie ad accelerare la produzione di carburanti. Il tasso di utilizzo degli impianti è salito dall'81,4 all' 83,1% della capacità. E gli stock di benzine e distillati sono saliti rispettivamente di 0,2 e 1,7 mb.Sorprendente anche l'aumento delle importazioni di greggio degli Usa: +259mila bg nella settimana, nonostante la sempre più rigida applicazione dei tagli di produzione da parte dell'Opec, che secondo un sondaggio Reuters ha raggiunto in febbraio l'81% (3,42 mbg rispetto a un obiettivo di 4,2).In vista del meeting del 15 marzo,intanto,l'Organizzazione non sembra più essere così determinata a deliberare ulteriori riduzioni dell'output, che in questo periodo rischierebbero di avere scarsa influenza sui prezzi. Secondo fonti dell'agenzia Reuters, dopo l'Iran, alla schiera degli scettici si è aggiunta ieri anche l'Angola, che detiene la presidenza di turno dell'Opec. (dal Sole 24 Ore)

martedì 3 marzo 2009

Il petrolio perde il 10% e scende a 40 $

Il prezzo del petrolio ieri ha chiuso a New York in ribasso del 10,3% a 40,15 dollari al barile dopo aver toccato un minimo di giornata a 39,84. Si è trattato del più forte calo in due mesi. L'andamento negativo è dovuto all'incertezza sui listini e ai timori per l'aggravarsi della recessione, che potrebbe accelerare la corsa verso il basso dei consumi. In questa direzione, sono arrivati segnali negativi dai due maggiori utilizzatori di petrolio, Usa e Cina, che hanno registrato ribassi negli indici di fiducia dei consumatori. Sul lato dell'offerta, l'Opec ha continuato a non mostrare una linea unitaria. Secondo il ministro del petrolio algerino Chakib Khelil, il taglio della produzione è «probabile» nella prossima riunione del 15 marzo. Di parere opposto il collega iraniano, Gholam Hossein Nozari: «L'Opec ha implementato già l'80% delle riduzioni annunciate, evitando così una frenata ancora più netta dei prezzi», ha spiegato. Nelle borse mondiali sono scesi tutti i titoli petroliferi, tra cui l'Eni di Paolo Scaroni (-7,7% a 14,64 euro). La flessione del petrolio è dovuta anche al rafforzamento del dollaro, che penalizza il valore delle commodity scambiate nella valuta americana. L'oro ha resistito meglio, grazie al suo ruolo di bene rifugio. La quotazione ieri è rimasta stabile a 939 dollari all'oncia, dopo aver toccato quota 950. Tra gli investitori interessati a proteggersi dalle turbolenze dei mercati ci sono anche gli Stati, che stanno aumentando l'esposizione sul metallo giallo, facendo così salire i prezzi. Il governo cinese è il più attivo: «Su 2.000 miliardi di riserve, soltanto l'1% è investito in oro, mentre la parte restante è quasi tutta impiegata in dollari», ha spiegato a Reuters Marcus Grubb, presidente del World Gold Council. «Ma alla luce del possibile declino della moneta Usa, dovuto alla recessione e ai piani di salvataggio di Barack Obama, la Cina potrebbe ridefinire la politica d'investimento».

venerdì 27 febbraio 2009

Aumenta la richiesta di benzina, petrolio ai massimi da un mese

Hanno preso il volo ieri le quotazioni del greggio sui mercati mondiali. A metà mattinata il prezzo spot del barile Wti aveva raggiunto 44,5 dollari sul Nymex, il livello più alto dell'ultimo mese, segnando un rialzo del 6,6%. A sostenere le quotazioni sono stati due fattori. Anzitutto i dati pubblicati ieri sugli stock di petrolio negli Stati Uniti: gli analisti infatti sono rimasti sorpresi dai dati sulle riserve diffusi il giorno prima, che hanno evidenziato una flessione di 3,3 milioni di barili negli stock di benzina, a fronte di un contempooraneo incremento della domanda dell'ordine dell'1%, quando si attendevano invece un valore in linea con quello della settimana precedente. Tanto che il contratto future sullo stesso Wti (varietà light sweet crude) con consegna ad aprile, ha aperto con un rialzo di 1,14 dollari, attestandosi 43,64 dollari. Il secondo fattore alla base dell'impennata dell'oro nero sono le pressioni del Venezuela sugli altri membri dell'Opec affinché trovino un'intesa su una nuova riduzione della produzione di greggio perché, ha spiegato il ministro del Petrolio, Rafael Ramirez, «il significativo surplus dell'offerta indebolisce i corsi». (Da Mf)

giovedì 26 febbraio 2009

Benzina, consumi Usa in rialzo

Le indicazioni che provengono dai mercati del greggio e dalle statistiche americane lasciano vedere qualche segnale incoraggiante, nella direzione di una maggior stabilità delle quotazioni.La novità principale è la ripresa dei consumi di benzina negli Stati Uniti. Nelle ultime quattro settimane la domanda Usa di carburante è arrivata a 8,99 milioni di barili/giorno, in aumento dell'1,7% rispetto a un anno prima, quando i prezzi alla pompa avevano già iniziato a incidere sull'atteggiamento degli automobilisti.Nelle statistiche del Dipartimento americano dell'Energia, gli stock commerciali di benzina la scorsa settimana sono calati di 3,4 milioni di barili, più del previsto, mentre le scorte di distillati sono aumentate di 800mila barili, quasi a segnalare un ideale passaggio del testimone: nel 2008 a guidare il mercato era il gasolio, mentre ora sembra che in cabina di regia possa tornare la benzina. Neutro il dato sul greggio, le cui scorte negli Usa sono salite di 700mila barili, mentre l'utilizzo della capacità di raffinazione è all'81,4%, un dato in calo dello 0,9%, ma da considerare tuttavia abbastanza elevato in questa fase della stagione.La flessione delle importazioni americane di petrolio sembra invece confermare l'effettiva stretta dei rubinetti dell'Opec.Dopo itagli produttivi decisi indicembre e un notevole ritardo nella loro implementazione, almeno da parte di alcuni Paesi del Cartello, oggi le cifre avvicinano al 100% l'adesione alle nuove quote. Lo dice il calo dell'import Usa, ma lo dice anche il basso livello dei noli per le petroliere.I "falchi"dell'Organizzazione restano però intenzionati a proporre una nuova stretta dei rubinetti al meeting in calendario il 15 marzo a Vienna. Stretta che nella pratica, almeno ultimamente, viene rispettata soprattutto dalle "colombe", come Arabia saudita e Kuwait. Il ministro venezuelano delle Finanze, Alì Rodriguez, ha ammesso ieri che la discesa dei prezzi forse si è fermata, ma ha anche aggiunto che resta una «sgradita instabilità», da contrastare con un ulteriore taglio dell'offerta. (Dal Corriere della Sera)

giovedì 5 febbraio 2009

Ancora in salita le scorte Usa di petrolio

Dal Sole 24 Ore

Il mercato continua a mostrare due facce. Il quadro macroeconomico rimane molto negativo: le stime dei consumi per gennaio (84,38 milioni di barili al giorno) sono oltre 2 milioni di barili al di sotto dell'offerta. L'economia continua a rallentare e anche secondo l'ex presidente Opec, l'algerino Chakib Khelil, ci sono almeno il 50% delle chances che nella riunione del Cartello il 15 marzo si renda necessario un nuovo taglio produttivo.Intanto le scorte commerciali continuano a salire. Il Dipartimento Usa dell'Energia segnala 7,2 milioni di barili in più di greggio e 0,3 milioni di benzine, con un marginale calo dei distillati (-1,4 mln) ma soprattutto con una nuova ascesa dei livelli a Cushing, al nuovo record di 34,2 mln barili.Da lunedì mattina scendono nuovamente i prezzi di un paio di dollari, con una chiusura ieri per il Brent di marzo poco sopra i 44 $/bbl, mentre il Wti ha chiuso a 40,32 $ ma rischia di precipitare nei prossimi giorni a causa del dato di Cushing.A fronte di un quadro decisamente fosco, l'istantanea del mercato reale è però di tutt'altro aspetto. Il gioco del contango ( consegna pronta a sconto rispetto alle scadenze future), grazie anche a noli precipitati ai minimi, continua a distogliere disponibilità dal mercato per la convenienza di stoccare. Non è esattamente come riportato da una parte della stampa «lasciare il greggio sulle navi in attesa che il prezzo risalga», bensì, proteggendosi con contratti futures sui mesi successivi, lucrare fra il costo di stoccaggio (al peggio, tra nave e oneri finanziari, 1,30 $/bbl al mese) e il ricavo dai futures, che per marzo-aprile vale 1,95 $, per aprile-maggio 1,75 e così via.

lunedì 2 febbraio 2009

Eni miscela l'8%

Un dividend yield del 7,98% grazie al cash flow del gas. L’oil, dopo la caduta dei prezzi, fa meno paura. Scaroni si prepara all’esame della City, spiega Borsa & Finanza

Titoli da cassetta? Non si direbbe. Sentiamo quel che dice Paolo Scaroni, ad dell’Eni. «Il nostro settore non è nuovo ai cicli. Ma la turbolenza dell’ultimo periodo - il raddoppio dei prezzi del greggio in nove mesi e poi, da luglio, una frana dei due terzi del valore in soli sei mesi - non ha precedenti». E, rivolto ai signori del greggio riuniti a Riyad nel fine settimana scorso, ha aggiunto: «È una gran brutta notizia per un settore come il nostro, dove cinque anni sono il breve termine». Già, la volatilità può giocare brutti scherzi. Basti citare i conti di Shell, scivolata in rosso nel quarto trimestre (-2,8 miliardi di dollari contro 8,47 miliardi di profitti 12 mesi prima). O di ConocoPhilips che, giovedì scorso, ha annunciato una perdita da brivido: 32 miliardi in soli tre mesi, a causa di svalutazioni e oneri eccezionali. Ma attenzione: i profitti dei tre trimestri precedenti sono stati tali da consentire un risultato record per l’intero 2008 (16,4 miliardi, ovvero 10,66 dollari per azione contro i 9,21 del 2007). I mercati però, si sa, non si guardano alle spalle. E, in prospettiva, si stanno accumulando le ragioni per guardare con attenzione almeno ad alcune società oil. Meglio se oil&gas. E vediamo perché.1) I prezzi, ovviamente. Certo, «è difficile fare previsioni sul prezzo», spiega Leonardo Maugeri, direttore delle strategie Eni. Uno che se ne intende, visto che non ha esitato un anno fa a schierarsi contro i profeti del peak oil, cioè del prossimo esaurimento dei giacimenti. «Nel 2009 - continua Maugeri - c’è troppo petrolio e ne sta arrivando ancora sul mercato». Il risultato? «Senz’altro prezzi inferiori ai picchi 2008, ma non si tornerà ai 18-20 per barile». Più esplicita l’Energy Information Agency americana che prevede una media di 43 dollari. Il consensus degli analisti, poi, non va oltre i 60. In tempi di crisi della domanda (dalla Cina, soprattutto) non dovrebbero verificarsi picchi all’insù. Il pressing dell’Opec dovrebbe evitare un crollo. Le previsioni? Un calo dell’Eps per il 2009 del 3 per cento.2) Il nuovo scenario favorisce le compagnie che, accanto all’attività petrolifera, possono contare sul Gas & Power. Come Total o Bp. O meglio ancora l’Eni, per l’appunto che, secondo le stime Rbs, da questa attività ha ricavato nel 2008 un free cash flow di 1,8-2,2 miliardi, sufficiente a garantire tra il 36% e il 42% dei dividendi 2008. Già, la cedola. «Il dividendo Eni è al sicuro - scrive Bernstein Research - visto che poco meno della metà deriva dalla divisione Gas & Power. E non dimentichiamo le esigenze del governo italiano che resta l’azionista di riferimento». Scaroni non avrà difficoltà a rispettare la politica del dividendo annunciata nel febbraio 2008: una cedola equivalente, in termini reali, a quanto distribuito per il 2007, cioè 1,3 euro (la previsione è di una crescita del 3% annuo fino al 2012).

martedì 27 gennaio 2009

Chavez: Opec pronta a diminuire produzione petrolio

L'Opec e' pronta a diminuire ancora la produzione del greggio per difendere il prezzo del petrolio dagli effetti della crisi finanziaria mondiale. Lo ha garantito il presidente venezuelano, Hugo Chavez. "Ho detto poche settimane fa, se dobbiamo tagliare 4 milioni (di barili, ndr.), li taglieremo, non lasceremo che i prezzi scendano a sei dollari al barile, come dieci anni fa", ha detto Chavez durante un programma radiofonico nazionale, stando a una nota trasmessa dal suo ufficio. Il mese scorso, i Paesi Opec, che insieme producono un terzo del petrolio mondiale, avevano gia' deciso di diminuire il numero dei barili messi in commercio di 2,2 milioni al giorno. Il prossimo summit dovrebbe tenersi il 15 marzo a Vienna, ma i leader potrebbero incontrarsi prima se il Brent scendesse sotto i 40 dollari a barile. (Agi)

lunedì 19 gennaio 2009

Petrolio, investimenti fermi

I margini si riducono e le compagnie tagliano le spese di R&S, spiega Il Sole 24 Ore

Nuove esplorazioni abbandonate in corsa. Investimenti decurtati al lumicino. Licenziamenti di massa. Tagli ai contratti dei fornitori. È uno scenario drammatico quello che sta provocando il raffreddamento del barile a 36,5 dollari, con la riduzione dei budget di spesa da parte dei Paesi esportatori e dei grandi colossi petroliferi.L'ultima conferma arriva da due delle principali major, ovvero la francese Total e la statunitense ConocoPhillips. La terza maggiore società petrolifera europea vuole posticipare l'avvio di alcuni progetti esplorativi a causa del drastico calo dei profitti, come dimostreranno i risultati dell'ultimo trimestre 2008, che saranno diffusi nei prossimi giorni. Una retromarcia arrivata a sorpresa, visto che fino ad oggi il colosso guidato da Christophe de Margerie era stato tra i pochi a confermare un budget 2009 superiore a quello del 2008. Eppure il tracollo del greggio è stato più forte delle promesse. Ora in discussione ci sono anche i progetti nei blocchi al largo dell'Angola e del Canada, molto redditizi proprio perché costosi.Ancora più esplicita la decisione di ConocoPhillips. Nel 2009 il terzo colosso petrolifero statunitense decurterà le spese per nuovi giacimenti a 12,5 miliardi di dollari, il 18,3% in meno rispetto al 2008. A diminuire sarà anche la forza lavoro, che verrà ridotta del 4%, pari a 1.350 unità.Sono questi gli ultimi segnali di allarme di un'industria che negli ultimi anni ha avviato esplorazioni su larga scala nella convinzione che i prezzi del greggio potessero solo lievitare. Oggi, con un barile Wti in calo del 75% rispetto allo scorso luglio, quando valeva 147 dollari, le major si trovano alle prese con un problema: troppe spese di fronte a ricavi sempre più risicati. Dal Canada fino alla Russia,l'imperativoè rivedere i piani di crescita. Il tutto nella speranza che le quotazioni riprendano ossigeno.La giravolta del Venezuela Il Venezuela, uno dei maggiori esportatori al mondo, ha dovuto perfino mettere da parte gli ideologismi nazionalistici per convertirsi a un più urgente pragmatismo.Hugo Chavez starebbe infatti corteggiando alcune compagnie petrolifere occidentali - tra cui Chevron, Royal Dutch/Shell e la stessa Total - per convincerle a sviluppare le riserve del Paese. L'obiettivo del presidente sudamericano è puntellare l'attività della società nazionale Petròleos de Venezuela, continuare l'estrazione e salvare così anche i programmi di sviluppo del welfare statale. Più che un'apertura, un'autentica svolta, visto che la decisione segue a ruota la nazionalizzazione, avvenuta nel 2007, di tutti i siti petroliferi nazionali. Ma il possibile ingresso di società private occidentali in una delle più grandi riserve di greggio al mondo (Orinoco Belt, l'area sud venezuelana che contiene 235 miliardi di barili di petrolio), rivela quanto sia urgente il problema dei prezzi per chi fino ad oggi ha potuto contare su quotazioni alle stelle.Le strategie in campo Nell'attesa di un nuovo probabile taglio dell'output a marzo, che nelle speranze dell'Opec dovrebbe risollevare i listini, anche le altre major corrono ai ripari. Nei giorni scorsi la norvegese StatoilHydro ha tagliato il budget 2009 a 13,5 miliardi di dollari dai 16 miliardi del 2008. Analoga la decisione della britannica Premier Oil, che ha rimandato al 2010 il raggiungimento dei target produttivi a causa della riduzione dell'estrazione in Vietnam e in Norvegia.

giovedì 15 gennaio 2009

Stock Usa di petrolio in salita

Il greggio Wti scende quasi 8 dollari più in basso del Brent, spiega Il Sole 24 Ore

L'inizio della settimana ha visto il Brent perdere un paio di dollari, riguadagnarne 2,5 e poi chiudere ieri a 45,08 $/bbl, praticamente invariato rispetto a venerdì. Discorso a parte per il Wti: la scadenza febbraio è scesa a 37,28 $, quasi 8 meno del Brent, per il crescente numero di investitori impegnati nella scommessa al ribasso e per gli stoccaggi a Cushing, centro di smistamento del West Texas Intermediate (Wti),arrivati a 33 milioni di barili, massimo storico.Le scorte americane sono ancora in aumento, sia pure con dati che forse necessiteranno di una correzione. Per il Dipartimento dell'Energia, diminuiscono le importazioni di greggio e aumentano di quasi un punto percentuale le lavorazioni. Però gli stock sono indicati in aumento di 1,2 milioni di barili; salgono anche distillati (+6,4 milioni di barili) e benzine (+2,1 milioni).Dopo la pubblicazione, i prodotti finiti ribassano, ma rimane confortante l'aumento dei margini di raffinazione; prima della flessione di ieri sera per gasolio e benzina, i margini Usa avevano guadagnato oltre 5 $/bbl dall'inizio della scorsa settimana e altrettanto si può dire in Europa, dove i margini si avvicinano ai 10 $, al lordo dei costi di lavorazione.Sicuramente nei rincari di martedì sera e della mattinata di ieri molto hanno giocato le dichiarazioni del ministro saudita al-Naimi. Riad, con una produzione di 8 milioni di barili/ giorno, sta facendo anche più di quanto concordato nell'ultima riunione Opec. C'è fiducia che anche gli altri produttori stiano facendo la loro parte e le rate di noleggio, scese ai minimi da un anno, confermano i ridotti volumi.Certo ci sono ancora molti problemi da superare, prima di avere un mercato stabile.In primo luogo, le riduzioni Opec hanno come obiettivo la diminuzione dell'offerta fino ai livelli reali della domanda; ma questa, per la terribile crisi in atto, è un bersaglio mobile e di difficile previsione.

venerdì 19 dicembre 2008

Petrolio, l'Opec taglia la produzione

Da Il Tempo

È quanto si legge su Bloomberg, che sottolinea che, con questo taglio, l'Opec ha ridotto la produzione di 4,2 milioni di barili dallo scorso settembre. La decisione odierna rappresenta il taglio record nella storia dell'organizzazione ed è superiore anche alle stime del mercato che si attendevano una sforbiciata di due milioni di barili. Alcuni analisti vedono nel maxi-taglio la volontà di inviare un segnale forte al mercato, in un momento in cui il prezzo del petrolio non riesce a risollevarsi in maniera decisa dopo la discesa senza freni che, dal record di oltre 147 dollari di luglio, l'ha portato sotto i 50 dollari.
Secondo il presidente dell'organizzazione, Chakib Khelil, i tagli verranno attuati in maniera adeguata da tutti i Paesi dell'organizzazione, che non vedranno variare le rispettive quote di produzione. Secondo Khelil, il mercato del petrolio ha scorte superiori «superiori ai 57 giorni», ovvero in caso di cessazione totale della produzione servirebbero quasi due mesi per svuotare i magazzini dei produttori.

giovedì 18 dicembre 2008

Petrolio: taglio record dell'Opec, ma il prezzo del barile crolla

Dal sole 24 Ore
L'Opec, il cartello dei produttori di petrolio, ha deciso un taglio record sull'offerta di oro nero: 2,2 milioni di barili al giorno in meno. La riduzione arriva pochi mesi dopo il taglio di settembre (520mila barili) e quello di ottobre da 1,5 milioni di barili. Con il taglio odierno, dunque, l'Opec ha ridotto la produzione di 4,2 milioni di barili dallo scorso settembre. La decisione è stata presa con un vertice straordinario a Orano, in Algeria, e in precedenza vari esponenti dell'Opec avevano anticipato l'orientamento a varare un taglio di questa portata. Quella odierna è la stretta più consistente all'offerta almeno dal 2003.

Crolla il barile: effetto confusione. Il prezzo del petrolio, nonostante il taglio miri a interromperne il calo, crolla ulteriormente. Pesa la confusione generata attorno all'entità della riduzione della produzione: si è parlato di 4,2 milioni in un primo momento, ma in realtà, come spiegato sopra, sono 2,2 milioni considerando il taglio già effettuato a ottobre. Il calo si spiega anche con ragioni di ordine tecnico legate agli appuntamenti di fine anno. Il Wti con consegna a gennaio intorno alle 18.00 scambia a 40,77 dollari al barile in calo del 6,49% dopo aver toccato un minimo a 402 dollari sui minimi da 4 anni. Il Brent con consegna a febbraio perde l'1,63% a 45,89 dollari.

mercoledì 3 dicembre 2008

Petrolio ancora giù sotto i 46 dollari. L'Opec vuole Mosca

Chiusura in netta flessione per il petrolio Wti a New York a 46,96 dollari, in calo di 2,32 dollari. Il ministro algerino dell'Energia e presidente dell'Opec, Chakib Khelil, ha invitato Russia, Norvegia e Messico a entrare a far parte dell'Opec.

martedì 2 dicembre 2008

La crisi globale spinge il petrolio sotto i 50 dollari

articolo tratto da La Stampa

Il barile va a picco, trascinato - con le borse - dalla paura della recessione. A New York il Wti ieri ha ceduto l’8 per cento sulla scia dell’indice Ism manifatturiero, calato al minimo in 26 anni, e poi è crollato ulteriormente quando il National Bureau of Economic Research ha reso noto che l’economia americana è entrata in recessione nel dicembre 2007: la chiusura ha segnato un calo del 9,4 per cento, a 49,28 dollari al barile, in ribasso di 5,15 dollari rispetto alla chiusura di venerdì. Non è andato meglio il brent, l’oro nero che si estrae dal mare del Nord: ha ceduto più del 10 per cento, fermandosi a 47,97 dollari al barile, in calo di 5,52 dollari.
Le quotazioni, negli Stati Uniti, sono state appesantite soprattutto della grande frenata del settore manifatturiero e delle spese per consumi, che hanno rapidamente fatto calare la domanda di energia, motivo per cui il barile ha bruciato quasi il 66% del proprio valore dai massimi di luglio, quando aveva toccato il tetto record di 147,27 dollari. Anche la politica dei paesi produttori, naturalmente, fa la sua parte. L’Opec sabato scorso al Cairo ha escluso ulteriori tagli della produzione prima della riunione ufficiale in programma per il 17 dicembre in Algeria, ad Orano, e questo ha influito sull’andamento del barile di ieri. Non è l’ultima parola del cartello, però. Dal vertice algerino gli analisti si aspettano una riduzione, che potrebbe anche essere massiccia, visto che, secondo il segretario generale dell’Opec Abdullah el-Badri, «un taglio tra gli uno e gli 1,5 milioni di barili non sarebbe decisivo nel fermare il calo dei prezzi».
Sull'ipotesi di un taglio consistente preme anche l’Iran, per il quale «il mercato globale è sovrafornito con due milioni di barili al giorno». Secondo il ministro del Petrolio Gholam Hossein Nozari, «bisogna trovare un equilibrio tra domanda e offerta». «Speriamo - ha aggiunto - che i prezzi non scendano più di 50 dollari al barile, ma se dovessero calare, ciò non ci sorprenderebbe perché la crisi finanziaria globale è molto più profonda di quanto si creda».

martedì 25 novembre 2008

Petrolio, balzo del 9%: 54,5 dollari

Ne beneficia l'Eni guidato da Paolo Scaroni.
Balzo in avanti ieri del prezzo del petrolio che a New York ha raggiunto i 54,5 dollari al barile, in aumento di 4,57 dollari rispetto alla chiusura di venerdì. Ma va ricordato che proprio venerdì il barile, nel corso della seduta, aveva toccato il minimo (48,25) dal maggio 2005. Comunque si tratta pur sempre di un passo in avanti piuttosto consistente in termini percentuali: +9,2%, il che vuol dire raggiungere il massimo delle ultime tre settimane. L'effetto del recupero del petrolio è stato immediato sui listini azionari per i titoli energetici. In Piazza Affari, per esempio, l'Eni ha guadagnato il 14,6%, Erg il 2,8 e Saras il 4,1%.A sostenere le quotazioni del petrolio anche l'avvicinarsi della riunione informale Opec di sabato che dovrebbe dare indicazioni sulla dimensione dei tagli alla produzione. Intanto è arrivata una nuova raffica di riduzioni dei prezzi dei carburanti sulla rete italiana. I listini delle principali compagnie segnavano ieri mattina ulteriori cali rispetto a venerdì scorso quando i prezzi avevano toccato i minimi degli ultimi tre anni.

giovedì 30 ottobre 2008

Nuove minacce dal petrolio

Forti ribassi del petrolio rappresentano una mi-naccia anche per i Paesi importatori, non solo per i produttori o per quegli speculatori che si sono fatti sorprendere dalla parte sbagliata del mercato. Le quotazioni sono dimezzate in poco più di tre mesi e hanno messo in dubbio anche il leitmotiv dell'Agenzia internazionale dell'energia, che rappresenta gli interessi dei Paesi industrializzati. Fino a lunedì 20 ottobre, il suo direttore esecutivo Nobuo Tanaka tuonava contro eventuali tagli produttivi dell'Opec: «Causerebbero rincari e quindi negative conseguenze sulla ripresa economica ». Due giorni dopo, una dichiarazione più generica, sulla «necessità di una maggior produzione». Venerdì il Cartello ha deciso di ridurre l'estrazione, senza però arrestare i ribassi, almeno fino al rimbalzo di ieri. Ma Tanaka ha cambiato obiettivo: «Siamo preoccupati dei prezzi troppo bassi, che frenano gli investimenti nel settore». Forse è il momento buono per mettersi d'accordo con l'Opec e studiare una fascia di prezzo (60-80 dollari al barile?) che consenta di investire senza strozzare l'economia. (Dal Sole 24 Ore)

martedì 28 ottobre 2008

Petrolio, ma ora la crisi tocca i Paesi del Golfo

La seconda banca del Kuwait accusa forti perdite sui derivati e gli operatori di mercato protestano contro l'emiro Una manifestazione contro l'emiro del Kuwait. Ci voleva la peggiore crisi finanziaria dal 1929 per assistere a una scena del genere. Tutto nasce dalle difficoltà della Gulf Bank, la seconda banca del Paese invaso nel 1990 dall'Iraq di Saddam Hussein, che ha perso una somma imprecisata, ma certo consistente (si parla di 700 milioni di dollari), operando sui derivati a causa del repentino indebolimento dell'euro nei confronti del dollaro. La Banca Centrale del Kuwait ha reagito immediatamente, annunciando che garantirà tutti i depositi bancari, mossa già adottata dagli Emirati Arabi Uniti all'inizio del mese. La misura deve tuttavia essere prima approvata dal parlamento. Non ci sono dubbi che lo faccia, ma devono essere rispettati i tempi tecnici. Questione di pochi giorni, ma molti clienti di Gulf Bank, in preda al panico, non hanno avuto la forza di aspettare e così si sono messi in coda davanti agli sportelli per ritirare i loro depositi. E per il terzo giorno consecutivo circa 500 trader di borsa sono scesi in piazza per protesta. Stavolta alcuni di loro volevano dirigersi verso il palazzo del governo, dove l'emiro Sheik Sabah Al Ahmed Al Sabah stava consultando le autorità economiche per passare in rassegna le misure finora approntate. Dopo vari conciliaboli, i manifestanti hanno prudentemente scelto di limitarsi a inviare una delegazione per chiedere misure che blocchino la caduta del mercato azionario. «Il Kuwait aiuta gli altri Paesi, ma non noi che siamo in crisi», ha dichiarato Abdullah al-Ajmi, uno dei manifestanti. E qui sorge il vero problema. Pur con le dovute cautele, molte società occidentali aspettano che arrivino gli investitori arabi a toglierli le castagne dal fuoco. Ma se le economie dei Paesi del Golfo cominciano a traballare, addio ai cavalieri bianchi.
Come se non bastasse il prezzo del petrolio sta crollando e a New York ieri ha chiuso in calo dell'1,9%, a 62,95 dollari al barile, nonostante le voci di un prossimo nuovo taglio della produzione da parte dell'Opec. È vero che, secondo il Fmi, con il petrolio sopra i 47 dollari i bilanci dei Paesi del Golfo restano comunque in pareggio. Ma la Libia ha già preparato il suo budget per il 2009 ipotizzando un prezzo medio di 45 dollari. La borsa del Kuwait ieri ha limitato i danni, chiudendo in ribasso del 2,2%, ma dall'inizio del mese ha ceduto il 23%. E peggio ha fatto l'Arabia Saudita, con un calo del 3,5%, ai minimi da quattro anni. Per non parlare delle borse del Dubai (-5,8%) e dell'Oman (-7,5%). Il Golfo non è quindi immune dalla crisi. E per capire di quale umore siano i loro più ricchi abitanti bisognerà vedere come andrà l'asta di arte contemporanea che Christie's terrà giovedì prossimo a Dubai. (Da Mf)